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YAGUINE E FODÉ DIECI ANNI DOPO - I DUE RAGAZZINI GUINEANI MORIRONO ASSIDERATI NEL 1999, NASCOSTI NEL VANO CARRELLI DI UN AEREO


Avevano chiesto all’Europa di far studiare i bimbi africani. Ora i genitori hanno portato la loro lettera a Bruxelles.


Li trovarono nel vano carrelli di un Boeing della compagnia belga Sabena, atterrato all’aeroporto di Bruxelles, in arrivo da Conakry, Guinea. Erano vicini l’uno all’altro, assiderati, ricoperti sì da vari strati di maglioni, ma con un paio di sandali ai piedi. Due piccoli corpi di ragazzini africani. Uccisi dalle temperature impietose che, alle altitudini raggiunte durante il volo, oltrepassano i meno 50 gradi.

Era il 2 agosto 1999. Yaguine Koita e Fodé Tounkara avevano 14 e 15 anni , i sogni che volavano lontano. In tasca una lettera, pensata e studiata per giorni, prima abbozzata poi riscritta in bella copia, in francese, indirizzata alle «loro eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa»: a loro Yaguine e Fodé spiegavano che lo scopo del viaggio era di parlare della «sofferenza di noi bambini e giovani dell’Africa». Imploravano l’Europa di aiutare il loro continente dove i bambini non hanno diritti. Primo fra tutti quello all’istruzione. «Se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita, è perché soffriamo troppo in Africa… Noi vogliamo studiare, e noi vi chiediamo di aiutarci a studiare per essere come voi in Africa». Perché, pensavano, se in Africa si muore di fame, gli europei ne sono di certo all’oscuro. Non possono saperlo, altrimenti si sarebbero scandalizzati e avrebbero già fatto qualcosa.

Il viaggio di Yaguine e Fodé era iniziato in quel parcheggio illuminato dell’aeroporto di Conakry dove, tutte le notti, i ragazzi della città arrivano con i loro libri sotto braccio per leggere e studiare alla luce dei lampioni, perché quello è l’unico posto dove si può avere energia elettrica e illuminazione continua. Arrivano verso le dieci di sera, rimangono anche fino alle 6 del mattino. Non hanno altra scelta in un Paese senza luce, tra i più poveri dell’Africa, nonostante la grande ricchezza di risorse naturali. Alla fine del 2008, alla morte del presidente Lansana Conté – al potere dal 1984 – si è scatenata una guerra per la successione che ha messo in ginocchio il Paese. A settembre scorso la Guinea è finita in un vortice di violenze. Le poche scuole valide sono private.

A Conakry nessuno sapeva del progetto di Yaguine e Fodé. Un loro amico dopo la scuola li vedeva scappare insieme verso la spiaggia con un vocabolario in mano. Pensava che andassero a studiare, invece andavano a scrivere la lettera. I genitori un giorno non li videro più tornare a casa; dal Belgio li informarono del viaggio e della disgrazia in volo. «In Guinea le uniche scuole che funzionano sono quelle private», spiega Limane Koita, il papà di Yaguine, che vive di lavori manuali. «Se avessi avuto i soldi necessari avrei fatto di tutto per dare a mio figlio un’istruzione valida, lo avrei anche mandato a studiare in Europa. Ma Yaguine sapeva che io non ero in grado di farlo».

Tutto questo è stato raccontato in un documentario da Paolo Bianchini, regista e ambasciatore dell’Unicef che viaggia molto in Africa, uno che, sul set, preferisce sedersi sul marciapiede piuttosto che sulla sedia da regista. Bianchini ha conosciuto la storia di Yaguine e Fodé. Con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio è andato a Conakry, ha incontrato il papà di Yaguine e la mamma di Fodé, girato delle immagini. Al festival cinematografico “Popoli e religioni” di Terni , insieme all’attore Francesco Salvi, ha presentato il suo progetto: un film per il cinema sulla storia di Yaguine e Fodé, realizzato con Alveare cinema, una casa di produzione che si occupa di progetti sociali senza scopi di lucro.

Il regista ha anche lanciato una campagna per l’acquisto di pannelli fotovoltaici da inviare alle scuole di Conakry, in collaborazione con l’Enea. «Il primo lo abbiamo comprato io e mia moglie Paola. Servirà a illuminare la scuola di Yaguine e Fodé».

A dieci anni dalla morte dei due ragazzi guineani, grazie all’impegno di Bianchini e di un gruppo di europarlamentari italiani del Pd (tra cui Costa, Sassoli e Toia), il papà di Yaguine e la mamma di Fodé, Limane Koita e Diamany Tounkara, sono stati invitati al Parlamento europeo a Bruxelles per leggere la lettera e concludere la missione dei figli. Hanno ripercorso il loro viaggio, condividendone le speranze e rivivendone il dramma. Amara ironia della sorte: intrappolati nella rete della burocrazia, anche la loro missione si è rivelata un’odissea.

A spiegare è Bianchini: «Dopo una lunga ed estenuante serie di peripezie per far loro ottenere un visto attraverso l’ambasciata belga in Senegal, alla fine Limane e Diamany sono partiti per Bruxelles. Il visto avrebbe dovuto durare fino al 24 novembre, il tempo per venire poi in Italia: il 20 li aspettavano all’Unicef a Roma, per la celebrazione dei vent’anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’infanzia. Invece, per un errore tecnico dell’ambasciata a Dakar, il visto è scaduto il 16. Nonostante i nostri sforzi, non c’è stato verso di ottenere in tempi brevi una proroga, la gabbia burocratica ci ha bloccati. Così, il 17, Limane e Diamany sono arrivati al Parlamento europeo da clandestini». Come i loro figli dieci anni prima. La proroga alla fine è arrivata, ma quando ormai era troppo tardi. Per i due guineani niente viaggio in Italia. La loro avventura europea si è conclusa in Belgio, con un volo di ritorno a Conakry il 24 novembre.

Limane Koita sente di avere ancora una missione da compiere in nome dei figli. «Yaguine e Fodé sognavano di studiare in Europa per poi aiutare gli africani», dice. «Se voi europei innalzerete muri sempre più alti, noi continueremo a scavalcarli, fino al giorno in cui potremo crescere e far studiare i nostri figli a casa nostra. Allora, quel giorno, verremo in Europa come turisti e non più come clandestini. Nessuno di noi lascerà più l’Africa».


E PRESTO UN FILM SU QUELLA TRAGEDIA



Il cinema va oltre. Scavalca le barriere, arriva dove la realtà spesso non riesce ad arrivare. Così è per il festival cinematografico ”Popoli e religioni” , organizzato da 5 anni dalla diocesi di Terni, Narni e Amelia, fortemente voluto dal vescovo, monsignor Vincenzo Paglia, che dice: «Quest’anno il filo conduttore è stato “Integrazione e immigrazione” , tema di attualità urgente. La rassegna ha rappresentato un momento di comunione: tutte le comunità straniere presenti a Terni sono venute al cinema a vedere i film prodotti dai loro Paesi».

La giornata conclusiva è stata dedicata all’Africa: Paolo Bianchini, insieme all’attore e amico Francesco Salvi, ha presentato il progetto del film su Yaguine e Fodé. La sceneggiatura è già pronta: «Sarà la storia di due viaggi paralleli », spiega Bianchini, «quello di Yaguine e Fodé verso l’Europa e quello, inverso, dei bambini che vengono presi dai loro villaggi africani per essere inviati alle squadre di calcio europee, sfruttati, i più abbandonati per strada. Molti non conoscono la loro età, il nome del loro Paese, del villaggio da cui provengono. Così non possono tornare a casa».

Nel film Francesco Salvi sarà un missionario italiano che si è rifugiato nel deserto africano: la sua fede è forte ma la speranza sta vacillando. «Questo prete non crede più nella comunità», spiega l’attore, «e accoglie solo bambini». E aggiunge: «Provengo da Luino, sul Lago Maggiore, e quando ero piccolo io i poveri, gli immigrati erano quelli che venivano dalla zona del Polesine. L’immigrazione riguarda tutti noi».


Giulia Cerqueti
Io sono tifoso del Torino. E anche se si è macchiato di una colpa orrenda (ci ha fatto gol nel derby) spero davvero che Amauri Carvalho de Oliveira, 29 anni, attaccante della Juventus da tutti chiamato solo Amauri, riceva presto il passaporto italiano, venga convocato da Marcello Lippi per la fase finale dei Mondiali di calcio in Sudafrica e, con i suoi gol, ci faccia vincere il secondo titolo consecutivo. Amauri ha chiesto la cittadinanza italiana secondo le regole, esercitando quindi un diritto. Anzi, con qualche giusta ragione per lamentarsi di una burocrazia non velocissima nello smaltire la pratica. Ma bisogna essere troppo tifosi o molto miopi per non rendersi conto che lui con l’Italia ha una relazione così tenue da risultare, al di là dei documenti, quasi impalpabile. Amauri, brasiliano al cento per cento, diventerà italiano perché nel marzo scorso lo è diventata sua moglie Cynthia, nata a Rio de Janeiro ma con nonni italiani.
Il calciatore, quindi, sarà italiano perché sposato a un’oriunda. Se poi andrà ai Mondiali, come ci auguriamo e pare probabile, diventerà uno dei simboli dell’Italia sportiva e canterà l’inno nazionale. Il problema, però, non è il “caso Amauri” ma il Paese che gli sta intorno. Un Paese che osserva compiaciuto la vicenda calcistica senza nemmeno provare a collocarla in un quadro un po’ più ampio. A metterla in relazione con quanto succede agli altri stranieri, brasiliani e non. A inserirla tra le comuni notizie di ogni giorno. A confrontarla, per dire, con gli asili e le scuole dove i genitori italiani chiedono classi separate così da non mescolare i loro bambini con quelli degli immigrati, anche se questi (a differenza di Amauri) sono nati in Italia.

Con i borghi dove i sindaci organizzano il Natale “bianco” o scavano un fossato largo un metro e lungo 200 per impedire la sosta dei rom. Con i grossi centri come Treviso e Trieste, che in passato hanno abolito le panchine dall’arredo urbano pur di impedire ai barboni di dormirci sopra. Con le metropoli come Milano, dove il Consiglio comunale ha assegnato la massima onorificenza cittadina (l’Ambrogino d’oro) ai vigili che rastrellavano dai mezzi pubblici i presunti immigrati clandestini senza biglietto e per i controlli li tenevano sui cosiddetti “bus galera” con le grate ai vetri. Persone degnissime, i vigili urbani, ma un servizio di cui il Comune stesso dubitava al punto da abolirlo in silenzio. Si potrebbe anche chiedere un parere sul “caso Amauri” al Governo, in particolare al ministro Bossi che propone di espellere gli immigrati (anche quelli regolari, parrebbe) in nome della scarsità di posti di lavoro. Senza però spiegare se nei cantieri o a fare le pulizie ci andrebbero, al posto degli immigrati, i generosi ragazzi padani. O come si possa conciliare la sua visione della società e dell’economia con quella degli industriali italiani, abituati a far di conto con soldi propri e non altrui, che attraverso Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, hanno spiegato alla Camera che «la manodopera immigrata contribuisce alla creazione del 61% del valore aggiunto» e dunque l’immigrazione «devessere affrontata non solo come un’emergenza ma anche come un’opportunità per il Paese». La domanda è: che cosa sarebbe successo se Amauri fosse stato non un magnifico centravanti ma “solo” un grande panettiere o un muratore di genio? Mette in imbarazzo l’idea di un Paese che accoglie col sorriso i grandi calciatori o le belle figliole dei programmi Tv ma diffida di tutti gli altri e spesso li tratta male, regolari o no. Senza capire che di calcio vivono in molti ma di pagnotte e muri viviamo tutti.

Fulvio Scaglione

«Il cinquanta per cento delle cose che faccio ogni giorno sono sbagliate, va bene?». Si parte col piede giusto. Ho dato un’occhiata in archivio e di santini di don Antonio Mazzi, 80 anni in questi giorni, fondatore della comunità Exodus e di un mare di altre cose, ne ho trovati così tanti per i 70 anni da farmi passare la voglia. E poi, siamo sinceri: questi preti "impegnati nel sociale" siamo più abituati ad ammirarli che ad ascoltarli. Così questa non è un’intervista, né il bilancio di una vita già lunga e piena. Un tentativo d’ascolto, forse, in una stanza in mezza luce, il registratore dietro un cestello di amaretti. Sul tavolo di don Mazzi, una coppa vinta nel calcio e un piccolo otre d’olio. Niente computer. Nella libreria, vangeli, testi di spiritualità e psicologia, una storia della rivoluzione bolscevica.

• Cinquanta per cento: non è tanto?
«Figurati. Con una sessantina di strutture sparse per il mondo, i casi più disperati intorno e risposte che bisogna dare in pochi minuti, è chiaro che la sera devo sempre domandare perdono al Signore. E mi viene anche paura, il che è una grande fregatura».
• Perché? Non è segno di prudenza?
«La paura di perdere i ragazzi spesso ti gioca contro. Se non avessi provato così tanto l’ansia del padre, se fossi stato meno preoccupato, se avessi aspettato un giorno o due in più… Cosa credi, ho fatto più di 300 funerali. Ci sono stati anni in cui ne facevamo 50 o 60. In certi periodi i ragazzi morivano uno dietro l’altro».
(La voce di don Antonio si riduce a un bisbiglio impossibile da registrare. A ferragosto, nel giro di qualche giorno, sono morti in tre. La ragazza di 26 anni, «bellissima, bravissima, impegnata», che si è lanciata dal decimo piano. Il ragazzo di 33, che hanno trovato nella vasca da bagno. Il ragazzo di 18, che se n’è andato, ha bevuto e poi, forse per caso o forse no, è rotolato in una scarpata con l’auto)
• Ti senti in colpa?
«Certo. Perché io qui faccio soprattutto il padre, solo che al posto di avere 4 figli ne ho 400. E i ragazzi di tutto il mondo, non solo i miei della comunità, soffrono della mancanza del padre. Uno dei miei grandi pallini è questo: la mamma mette al mondo il bambino, il padre mette al mondo l’adolescente, è quello che aiuta suo figlio a diventare grande. Poiché oggi simili padri mancano, poiché manca il traghettatore tra le due stagioni, i bambini restano sempre bambini. Quindi, a 80 anni, se dovessi tornare indietro, chiederei al Signore di farmi fare ancor più il padre, anche se ho un caratteraccio, strepito e in fondo sono rimasto un contadino».
• Molti annuiranno con entusiasmo. Non tutti sanno, però, che tu hai un’idea un po’ particolare e molto impegnativa, della paternità. Dici che un padre che non perdona non è un padre ma un padrone.
«Vero. C’è chi legge il Vangelo delle parabole: bello, bello. C’è chi legge il Vangelo dei miracoli: bello, bello. Ma il Vangelo più vero è quello di Gesù che diventa Padre e del Padre che diventa un pezzo di pane. La nostra fede ha portato questa rivoluzione nella storia perché Dio ha fatto quel che ha fatto per crearci, ma per salvarci si è trasformato in un pezzo di pane. Essere padre vuol dire saper perdonare settanta, settecento volte sette. Essere disponibili a lasciarsi spezzare per diventare pane».
• Da qui, anche, l’accusa che spesso ti è stata fatta di essere un "perdonista" di professione. Ogni volta che capitava qualcosa di orrendo tu saltavi subito in mezzo a chiedere un gesto di perdono. Come con Erika e Omar, per fare solo un esempio.
«Questa storia è cominciata molto tempo fa, quando dissi a Marco Donat Cattin di venire in comunità nel momento in cui lui era l’immagine stessa del terrorismo. Ebbi una polemica con Indro Montanelli, secondo lui avrei dovuto prendere solo i dissociati e non anche i pentiti. Ma qui il buonismo non c’entra. È che il perdono non accetta sfumature: o perdoni o non perdoni. Se perdoni sei nel Vangelo, se non perdoni sei fuori. D’altra parte, i nostri figli li salviamo perdonandoli. Il figlio si aspetta che il padre, semmai, tiri la sberla. Se lo perdoni è obbligato a chiedersi: perché non va fuori di testa? In più, tutte le volte che ho perdonato mi è andata bene».
• Per esempio?
«L’ultimo: una delle ragazze che nel 1999 uccisero suor Maria Laura Mainetti. Abbiamo avuto un lunghissimo colloquio anche ieri. Si meraviglia proprio perché non la giudico, mentre lei non riesce, in alcun modo, a perdonarsi. E io le dico: sarai salva il giorno in cui ti perdoni. Non perché cancelli ciò che hai fatto, ma perché trasformi la sofferenza in un progetto di vita».
• Roba da cattolici.
«Ma la cultura laica non ha mai capito niente di questo. Il concetto di perdono è trasversale alla vita. Una madre che non perdona il figlio, un marito che non perdona la moglie, che sia cattolico o no, non può amare».
• Ma secondo te, ti capiscono?
«Lo so, mi considerano un prete superficiale perché vado in televisione, frequento i cantanti, mi piace il calcio e tifo per l’Inter. Ma la gente capisce, eccome. I raffinati intellettuali non sempre. È difficile capirmi anche per due ragioni. La prima è che maschero tutto ciò che faccio con un tocco di follia. Ho sempre dormito poco, lavoro 18-20 ore al giorno, ho scritto di notte tutti i miei libri. Una notte la settimana la passo in preghiera, anche perché devo rimettere ordine nell’animo e nella testa. Però lascio dire. Noi veronesi siamo un po’ matti, lo sapeva anche mia madre, ne parlavo sempre con Vittorino Andreoli che con me è stato all’origine di Exodus: questo ci aiuta a non prenderci troppo sul serio e a stare sereni».
• E l’altra ragione?
«Credo che noi preti dobbiamo essere più testimoni e meno chiacchieroni. Dobbiamo vivere con i poveri, non per i poveri. La mia tesi è che il Vangelo è l’apologia della scartina. Il primo Papa della Chiesa è stato Pietro, un pescatore qualunque, uno che tradisce Gesù. Il primo ad andare in paradiso è stato il ladrone. Erano scartine i dodici apostoli. Gesù, per i sacerdoti e gli scribi, non era forse una scartina? Il Vangelo è la storia di Dio che si fa scartina per amore. A 80 anni posso dire che è stata proprio quest’idea a salvarmi».
• Non hai la sensazione che il lavoraccio di perdonare sia affidato ai soliti noti, in modo che tutti gli altri possano in definitiva farsi gli affari propri?
«Succede perché la Chiesa non è molto testimone di ’sta roba. Io farei fatica a non perdonare, anche perché è l’idea che ha orientato tutta la mia vita. Noi misuriamo la parola peccato sui Comandamenti. Ma chi sbaglia non fa solo peccato: va contro la natura, sé stesso, la famiglia, gli amici. Io ho impiegato anni ad accettarmi e ce l’ho fatta grazie a un bambino».
• Quale bambino?
«Quello che ho incontrato quando avevo vent’anni, nella Città dei ragazzi, dopo l’alluvione del Polesine. Quello che era stato violentato dai suoi. Quello che mi ha fatto diventare il prete che sono. Non so che cosa sarebbe successo di me se fossi nato un po’ più tardi».
• Confronto abusivo, serve per capirci: Polesine 1951, Abruzzo 2009. Com’è cambiata l’Italia in questo intervallo che è poi la tua vita?
«Credo che oggi il criterio dominante nella vita degli italiani sia l’egoismo. E quando pensi tanto a te stesso, tutto il resto viene dopo: la famiglia, la maternità, i poveri…».
• È una mutazione recente?
«Quando sono arrivato a Milano, nel 1979, il problema della sicurezza in città, con il terrorismo e la droga, era molto più grave di oggi. Ma la città era più solidale. Adesso gonfia i problemi e non li affronta, allora aveva problemi enormi ma li affrontava».
• Fenomeno milanese o generale?
«Le città che conosco meglio sono queste della dorsale lombardo-veneta. E trovo migliori, pensa tu, le città del Sud. Ho cinque comunità in Calabria e la reputo migliore della Lombardia. La Basilicata, le Marche... Non so se sia perché laggiù non è ancora arrivata questa maledetta voglia di consumare a ogni costo, ma sono posti dove parlare con la gente è più semplice, più vero. Bisogna convincere le persone a liberarsi dalle dipendenze: non solo le droghe, tutte le dipendenze. Perché questa società ti crea un bisogno, quindi una dipendenza, al giorno. È il Vangelo, no? Beati i poveri di spirito, cioè i liberi. I liberi».
• È una domanda sciocca ma inevitabile a conoscerti: qual è il segreto per arrivare così in forma agli 80 anni? Avere un sacco di grane?
«Stranamente ho fatto sempre una vita molto...».
• Non starai per dire regolare?
«No, ascetica. Ho sempre avuto molto rispetto per me stesso, anche nel corpo. Me l’ha insegnato mia madre. Vengo da una famiglia povera e me lo porto dietro con orgoglio».

Fulvio Scaglione
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