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L’Istituto Sacerdos è un centro di spiritualità, di comunione sacerdotale e di formazione permanente al servizio della Chiesa e dei suoi Pastori. A tale scopo promuove attività locali, nazionali e internazionali in Italia e a Gerusalemme. Collabora con gli omonimi Centri Sacerdotali in altri Paesi del mondo. L’Istituto Sacerdos fa parte dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

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ISTITUTO SACERDOS - Iniziative Anno Sacerdotale

 

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ISTITUTO SACERDOS - Iniziative Anno Sacerdotale
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L’Istituto Sacerdos è un centro di spiritualità, di comunione sacerdotale e di formazione permanente al servizio della Chiesa e dei suoi Pastori. A tale scopo promuove attività locali, nazionali e internazionali in Italia e a Gerusalemme. Collabora con gli omonimi Centri Sacerdotali in altri Paesi del mondo. L’Istituto Sacerdos fa parte dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

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istitutosacerdos@arcol.org
Website:
http://www.sacerdos.org
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Rome, Italy

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Venga il tuo Regno!
MOVIMIENTO
REGNUM CHRISTI
DIRETTORE GENERALE

19 giugno 2009



A tutti i membri del Regnum Christi, in occasione dell’«Anno sacerdotale» indetto dal Papa Benedetto XVI.

Carissimi in Cristo,

è sempre un piacere potervi scrivere alcune righe e condividere la gioia di essere una famiglia unita in Cristo. Viviamo un periodo dell’anno liturgico molto intenso, abbiamo celebrato grandi solennità come Pentecoste, la Santissima Trinità e il Corpus Domini, e oggi celebriamo quella del Sacro Cuore, che ci aiuta tanto a contemplare l’amore di Cristo per ciascuno di noi. Dio non smette di riversare la sua grazia, in modo sovrabbondante, nelle nostre anime e per questo cerchiamo anche di vivere con un cuore grato e generoso, chiedendogli con umiltà il dono di forgiare il nostro cuore come il suo, con la preghiera, così bella, della Chiesa: «Sacro Cuore di Gesù, rendi il nostro cuore simile al tuo».

Il motivo di questa lettera è il desiderio di riflettere insieme sul significato e le implicazioni, per la nostra vita, dell’«Anno sacerdotale» che il Papa ha indetto e che comincia esattamente oggi, con la solennità del Sacro Cuore, ed ha come motto: «Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote».

L’occasione che ha dato spunto a questo speciale evento è il 150º anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney, che Benedetto XVI proclamerà patrono di tutti i sacerdoti del mondo. Meglio conosciuto come «il Curato d’Ars», la grandezza di questo sacerdote fu quella di aver consumato la propria vita per la salvezza delle anime. Quando era giovane, prima di entrare in seminario, diceva a se stesso: «Se fossi sacerdote, potrei guadagnare molte anime per Dio»; questa era la sua grande speranza. Fu parroco del piccolo villaggio di Ars per più di quarant’anni. Lì si dedicò con intensità alla predicazione, a formare i suoi fedeli nella fede, alle opere di carità e, soprattutto, ad amministrare i sacramenti. Solo Dio sa quanti miracoli e conversioni ebbero luogo nel suo confessionale, in cui arrivava a passare fino a dodici ore, in un giorno ordinario.

Il grande segreto del Curato d’Ars fu il suo amore per Dio e tenere lo sguardo rivolto al cielo. In una lettera a un suo cugino, lo incoraggiava così, parlandogli del cielo: «Che divina felicità. Vedere il buon Gesù che ci ha amato tanto e che ci farà beati». E dicono che poche ore prima di morire, pronunciò queste parole: «Quant’è buono Dio; quando noi non possiamo più andare verso di Lui, Lui viene a noi». Tutta la sua vita fu un «andare verso Dio» e portare gli uomini a Lui.
Dobbiamo essere molto grati a Dio, perché anche oggi Egli si rende presente nella nostra vita e illumina il nostro cammino con la testimonianza di molti sacerdoti santi. Misteriosamente, Egli ha voluto che la sua grazia ci arrivasse attraverso strumenti umani. Ciascuno di noi può considerare che è stato attraverso un sacerdote che abbiamo ricevuto il dono della filiazione divina e la fede, con il battesimo. Ogni volta che vogliamo riconciliarci con Dio e rinnovare la nostra amicizia con Lui, nella confessione, è un sacerdote che in nome di Cristo ci dice: «Io ti assolvo dai tuoi peccati ...». Solo il sacerdote ha il potere, pronunciando le parole che disse Gesù nell’Ultima Cena, di rendere presente in modo incruento il sacrificio della croce, e trasformare il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue del Signore. Per questo, per valorizzare quel che un sacerdote rappresenta basta domandarsi che cosa ne sarebbe, della nostra vita, se non contassimo su sacerdoti che ci servono come ponti per arrivare a Dio. Il Curato d’Ars diceva: «Oh come il prete è grande!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo. Se egli si comprendesse, morirebbe, non di spavento, ma di amore».

Noi che abbiamo ricevuto questa vocazione, sappiamo che la grandezza del sacerdozio è un puro dono gratuito di Dio. Non c’è merito alcuno da parte nostra. Al contrario, siamo consapevoli che Dio ci ha chiamato, pur essendo deboli e piccoli, come ogni uomo. Sperimentiamo la sproporzione che c’è tra ciò che siamo – uomini, creature fragili-, e ciò che rappresentiamo – Dio stesso!-; tra le nostre forze e capacità limitate, e la missione trascendente che ci è stata affidata. Con San Paolo, possiamo dire: «abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi». (2Co 4, 7). O come dice la lettera agli Ebrei, siamo presi tra gli uomini e messi al servizio degli uomini in ciò che riguarda Dio (cfr. Eb 5,1). Davanti a questa realtà, ci riempiono di fiducia e c’illuminano molto le parole che Cristo ci rivolge nel Vangelo: «Vi ho chiamati amici ... Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». (Gv 15, 15-16). Sappiamo che la nostra fedeltà è possibile perché Gesù Cristo è fedele e mantiene la sua parola, perché contiamo sulla sua grazia, sul suo aiuto e sulla sua misericordia. Egli è l’Amico fedele. Papa Giovanni Paolo II ci diceva molto bene: «Abbiate fiducia in Gesù Cristo, siate fiduciosi che egli non vi abbandona, che fa fruttare il vostro ministero, anche dove esternamente non vedete alcun immediato successo. Credete in lui; credete che si attende tutto da voi ma proprio come un amico lo attende dagli amici». (Omelia ai sacerdoti e seminaristi nella cattedrale di Fulda, 17 novembre 1980).

Il sacerdote deve essere sempre una porta aperta a tutti, deve saper ascoltare, accogliere ogni persona con tutto il suo cuore, dedicando a ciascuno il tempo necessario, amando e accogliendo tutti proprio come Gesù Cristo. Non dà solo il proprio esempio, ma la propria vita, senza alcun limite. Si può dire che la sua vocazione è essere martire del servizio al prossimo. Una sola anima vale tutto lo sforzo di un sacerdote. Il mondo ha bisogno di Cristo. Tutti ne abbiamo bisogno, perché solo con Lui hanno senso la nostra vita, i nostri affanni quotidiani, le nostre gioie e le nostre lotte. Per questo, Dio vuole sacerdoti santi che ci aiutino ad incontrare Cristo. Il Papa ha indetto quest’anno sacerdotale «per favorire questa tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero» (Discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per il Clero, 16 marzo 2009). Risuonano qui di nuovo le parole con cui Cristo invita i suoi apostoli a rimanere nel suo amore, uniti alla vite e a custodire i suoi comandamenti per dare frutto abbondante (cfr. Gv 15, 1-10). Solo così il sacerdote può incarnare nella propria vita l’immagine del Buon Pastore, mite e umile, con cui il giogo è dolce e il carico leggero (cfr. Mt 11, 29-30). Solo così si può avere come unica ricompensa il bene delle anime, senza sperare niente in cambio, rivelando nella propria vita i frutti della presenza dello Spirito Santo che caratterizzano il cristiano: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22-23). Ripassare questo testo, nell’esame di coscienza, dà al cristiano gli esempi per andare lungo il cammino corretto. Sono segno evidente che lo Spirito Santo è nei nostri cuori. Non sono doni a nostro beneficio, ma da condividere in modo disinteressato con i nostri fratelli, gli uomini, senza stancarci di fare il bene.

Potremmo pensare che questo sia un appello diretto esclusivamente ai sacerdoti, però senza dubbio è un’opportunità perché tutti noi cristiani prendiamo coscienza di questa realtà e vediamo in che modo possiamo collaborare perché ci siano più sacerdoti e sacerdoti sempre più santi. Per noi, come membri del Regnum Christi, questa iniziativa del Santo Padre rappresenta un desiderio di Cristo stesso. Il Movimento Regnum Christi esiste per «servire la Chiesa e i suoi Pastori e, nella Chiesa, servire gli uomini» (Manuale del membro del Regnum Christi, 11). Contare su sacerdoti santi è, senza dubbio, una delle più urgenti necessità della nostra amata Chiesa. Per questo, vorrei anche proporvi alcuni mezzi con cui credo che tutti possiamo unirci a quest’anno sacerdotale, sia individualmente, in famiglia, nelle parrocchie o nei centri e nelle istituzioni del Regnum Christi.

In primo luogo e in modo molto speciale, vorrei invitare i giovani del Regnum Christi a organizzare una volta al mese, in ogni località, un’ora eucaristica con l’adorazione del Santissimo per pregare il Signore per i sacerdoti e per le vocazioni. Che siano momenti intimi di preghiera, di riparazione per le mancanze e i peccati commessi, di richiesta di perdono e di misericordia, come quando si comincia la celebrazione della Santa Messa ogni mattina. Sarà bene che partecipiate in famiglia a quest’attività, poiché aiuta molto pregare uniti, e che invitiate anche altri amici e conoscenti. Dov’è possibile, si può fare in una parrocchia, in modo che anche altri fedeli possano beneficiare di questa grazia e che appoggiamo il lavoro dei nostri parroci. Dio voglia che riusciamo a farla diventare una tradizione! Senza dubbio ci aiuterà a vivere più vicini al Signore e otterrà molte benedizioni per tutta la Chiesa.

Quest’anno sacerdotale sarà anche un’occasione magnifica per presentare il bello della vocazione sacerdotale e stimolare tra i giovani l’apertura a una possibile chiamata di Dio. Sappiamo che questo non è un compito esclusivo dei vescovi e dei sacerdoti, ma che anche i laici possono e devono essere strumenti efficaci perché un’anima percepisca la voce di Cristo che invita a seguirlo. Di fatto, questa è già una realtà nella Chiesa e nel Regnum Christi. Molti di voi partecipano ai “Círculos de Acción Vocacional” o al programma di Adorazione per le vocazioni. Un altro esempio è il lavoro degli Evangelizzatori a Tempo Pieno, grazie al quale ogni anno Dio benedice con decine di vocazioni alcuni seminari diocesani. Tra i giovani del Movimento, molti hanno partecipato ad attività di discernimento vocazionale e stanno cercando, con l’aiuto del loro direttore spirituale, quale sia la volontà di Dio per la loro vita. Sono sicuro che le iniziative per suscitare un maggior numero di vocazioni potranno moltiplicarsi ancora di più nel contesto dell’anno sacerdotale. Il Papa ha intitolato il suo messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che è stata celebrata la quarta domenica di Pasqua, con parole che ci riempiono di speranza: «La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana».

Proseguendo, vorrei concentrare l’attenzione su quel che possiamo fare per chi è già sacerdote. I membri del Regnum Christi devono distinguersi per l’appoggio e il sostegno che danno a tutti i sacerdoti che incontrano sul loro cammino, che si tratti del proprio parroco, di un sacerdote amico di famiglia, un sacerdote legionario o di un’altra congregazione religiosa o associazione ecclesiale, un sacerdote bisognoso, che richieda da parte nostra una maggiore vicinanza e bontà. La motivazione fondamentale per farlo è che ogni sacerdote è «un altro Cristo», poiché per l’imposizione delle mani il suo essere viene a identificarsi profondamente con Lui e ha il potere di agire non solo in nome di Cristo ma in persona Christi. È Cristo stesso che agisce attraverso di lui. Pertanto, quando serviamo un sacerdote, serviamo Cristo stesso.

1.Preghiera e sacrificio per la santificazione dei sacerdoti

Oltre all’iniziativa già proposta, tutti possiamo incrementare la nostra preghiera e il sacrificio per la fedeltà e santità di tutti i sacerdoti, poiché sappiamo che Dio ascolta le suppliche che gli rivolgiamo con fede. Non può mancare tra le nostre intenzioni quella che tocca un punto essenziale della nostra vita cristiana. Quest’azione, apparentemente impercettibile, è per noi, sacerdoti, fonte di fortezza e d’innumerevoli grazie di Dio. La Congregazione vaticana per il Clero sta stimolando con molto impegno quest’autentico apostolato della preghiera, promuovendo l’«adozione spirituale»: una persona s’impegna a pregare per un sacerdote particolare. È una cosa che sono solite fare le religiose, e ci aiutano moltissimo con le loro preghiere, però anche i laici possono unirsi, e sostenere, in questo modo, i sacerdoti. V’invito a informarvi anche sulle indulgenze che il Santo Padre ha concesso per quest’anno sacerdotale con un decreto della Penitenzieria Apostolica; sono opportunità speciali per ottenere grazie da Dio.

In tutte queste preghiere dobbiamo chiedere, anzitutto, che noi sacerdoti siamo uomini di preghiera, perché un sacerdote è ciò che è la sua preghiera. Nella preghiera si forma e si definisce il sacerdote. Per questo, cerchiamo di stare quanto più tempo è possibile con Gesù Cristo davanti al Tabernacolo. La celebrazione eucaristica deve essere il centro della nostra giornata, ciò che segna la nostra vita. Avere Cristo nelle nostre mani e riceverlo nel nostro cuore è il dono più grande che possiamo avere. Per questo ci riempie di gioia dedicare qualche minuto al silenzio, senza fretta, per rendere grazie dopo la comunione, dopo aver distribuito ai nostri fratelli l’alimento della salvezza, il tesoro della nostra vita.

Ricordando le lettere ai sacerdoti di Giovanni Paolo II, ho presente che ci metteva in guardia dal pericolo della laicizzazione e della secolarizzazione. Scriveva il Papa: «È la preghiera che indica lo stile essenziale del sacerdozio; senza di essa questo stile si deforma. La preghiera ci aiuta a ritrovare sempre la luce, che ci ha condotti fin dagli inizi della nostra vocazione sacerdotale, e che incessantemente ci conduce, anche se talvolta sembra perdersi nel buio. La preghiera ci permette di convertirci continuamente, di rimanere nello stato di tensione costante verso Dio, che è indispensabile se vogliamo condurre gli altri a Lui. La preghiera ci aiuta a credere, a sperare e ad amare, anche quando la nostra debolezza umana ci ostacola». (Lettera ai sacerdoti, giovedì santo 1979, 10).

2.Carità

La carità è il distintivo del cristiano e la virtù fondamentale nello spirito del Regnum Christi. Il sacerdote deve essere l’uomo che ama e passa facendo il bene; che comprende e va al passo del fratello caduto, malato o solo; che gioisce quando vede che i suoi fratelli crescono e lui diminuisce (cfr. Gv 3, 30). Il sacerdote ama anche intercedendo, presso il Cuore di Cristo, in riparazione dei suoi peccati e di quelli di tutti gli uomini. È strumento di perdono, attraverso il sacramento della confessione, in cui le anime s’incontrano con Cristo; però allo stesso tempo sa di essere un uomo fragile, che ha bisogno della misericordia di Dio. Quanto bisogno sentiamo di chiedere perdono per i peccati, quelli dei fedeli e quelli di ciascuno di noi, come sacerdoti! Abbiamo ricevuto tanto amore da Dio, che i nostri peccati ci riempiono di un dolore maggiore quando non siamo stati all’altezza, quando abbiamo reso opaca l’immagine di Cristo o quando non abbiamo vissuto conformemente alla nostra condizione sacerdotale. Per questo, tutte le sere, terminiamo la giornata davanti a Cristo crocifisso, recitando il salmo Miserere: «Misericordia, Signore, abbiamo peccato» (cfr. Sal 50). Il modo di riparare è offrire la vita per Dio e per gli uomini, nostri fratelli, senza stancarci di fare il bene. Il sacerdote lotta con tutto il suo cuore, conoscendo e sperimentando la misericordia di Dio per poi trasmetterla ai suoi fratelli nel sacramento della Riconciliazione e cercando di essere sempre uno specchio della bontà di Dio, nel ministero sacerdotale. Egli stesso sa che questo non è frutto del suo sforzo personale, ma che è un dono ricevuto dall’amore infinito di Dio. La corona del sacerdote è giungere alla fine della sua vita essendo stato strumento fedele per portare molte anime al cielo. Per questo, il sacerdote è promotore delle buone opere dei suoi fratelli. La sua gioia dà ancora più luce alla bellezza della nostra fede cristiana e della consacrazione a Gesù.

In un mondo molte volte aggressivo, la carità e la benedicenza sono una vera sfida per noi. Siamo chiamati in modo speciale a diffondere con oggettività la buona fama dei sacerdoti, a stimolare il giusto apprezzamento per la loro persona e a ponderare le loro virtù. Come diceva recentemente il cardinale Cláudio Hummes in un’intervista, si tratta di «portare ai sacerdoti il messaggio che la Chiesa li ama, li rispetta, li ammira e si sente orgogliosa di loro» (Zenit.es, 3 giugno 2009).

3. Vicinanza, gratitudine e amicizia

Il sacerdote, come ricordava Papa Benedetto XVI lo scorso giovedì santo, appartiene esclusivamente a Dio. Il suo cuore è riposto in Dio e, per mezzo di Lui, aperto a tutti gli uomini. A loro si consegna e da loro può sperare anche una sincera amicizia. Ci sono molte attenzioni con cui possiamo manifestare gratitudine e apprezzamento a chi vive solo o in situazioni molto difficili. È vero che il sacerdote trova un’autentica famiglia nel suo Vescovo e nei suoi fratelli sacerdoti, o nei suoi superiori e fratelli nel caso dei religiosi, però bisogna desiderare che sperimenti anche la vicinanza e accoglienza dei fedeli che Dio mette sul suo cammino.

Da parte sua, il sacerdote è per definizione l’uomo della gratitudine. Sa di essere benedetto da Dio. In tutto riconosce la sua mano amorevole e, per questo, gli è grato di tutto, a tutto s’ispira e infonde fiducia. Come essere sacerdote senza essere strumento di pace? Il sacerdote non solo sa ringraziare, ma è disposto a umiliarsi per il bene degli altri e a essere il primo che riconosce le proprie mancanze, sapendo di essere solo uno strumento. La sua missione è di essere un ponte verso Dio o, addirittura, potremmo dire, quella di essere come un tappeto su cui gli uomini passano per arrivare in cielo. E per questo, il sacerdote cerca di sviluppare anche quegli aspetti propriamente umani, che aiutano ad avvicinare le anime all’amore di Cristo: un atteggiamento rispettoso, pieno di bontà e di gesti di cortesia, caratterizzato da un’autentica amabilità, sull’esempio del loro Maestro.

4. Disponibilità, inziativa e obbedienza

Un modo molto concreto di vivere quest’anno sacerdotale è quello di metterci a disposizione dei sacerdoti – per esempio, del nostro parroco- per aiutarli in tutto ciò di cui abbiano bisogno e che sia alla nostra portata. La prima manifestazione di disponibilità sarà accogliere le loro indicazioni con docilità e unirci con coraggio alle iniziative della parrocchia e della diocesi. Soprattutto, non dobbiamo aspettare che ci chiedano aiuto, ma stimolare lo spirito d’iniziativa, saperci fare avanti, offrendoci per collaborare in qualche modo alle necessità spirituali, pastorali o materiali della parrocchia o dei fedeli.

5. Mettere il Movimento Regnum Christi a servizio dei sacerdoti

Mettendoci a disposizione dei sacerdoti, possiamo offrire loro anche il carisma che Dio ci ha regalato. Dio ci ha dato questo dono non solo per il nostro personale vantaggio, ma per servire la Chiesa e tutti gli uomini. La nostra spiritualità, la nostra metodologia, le nostre risorse formative, gli apostolati e le opere devono contribuire al bene della Chiesa e offrire un appoggio incondizionato ai sacerdoti. Vogliamo condividerlo con semplicità, come un dono ricevuto che vogliamo mettere al servizio dei nostri fratelli.

Spero che questi suggerimenti vi possano aiutare e che in accordo con i vostri direttori di sezione, possiate applicarli nel modo migliore, alle diverse situazioni concrete, per realizzare il maggior bene possibile. In alcuni paesi contiamo già su centri sacerdotali che stanno facendo molto bene in questo senso. Potete rivolgervi a loro per ottenere aiuto o per condividerne le iniziative. Viviamo questo periodo della nostra vita, nella Congregazione e nel Movimento, come un anno di molta preghiera, umiltà, penitenza e carità.

Prima di concludere, vi ringrazio ancora una volta per la testimonianza e per quello che fate per Cristo e per la Chiesa. Che Maria vi conceda molte benedizioni e dia a tutti noi la grazia di conoscere ed amare ogni giorno di più suo Figlio. Vi saluto, assicurandovi un ricordo nelle mie preghiere.


Vostro affezionatissimo in Cristo,

P. Álvaro Corcuera, L.C.









NELL'AFFETTIVITA NE CENSURE NE PAURE

Solo considerando la persona alla luce di Dio si comprende il dono della castità

ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito alcuni articoli apparsi sul numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore”.

* * *

Troppo spesso i media si occupano, in modo non sempre corretto e opportuno, dell’affettività del sacerdote, dipingendola perlopiù come necessariamente frustrata (o deviata), senza mai però il coraggio di un’indagine scientificamente seria e antropologicamente fondata. In realtà, la sfera affettiva è la più delicata e complessa per ogni essere umano e, probabilmente, anche quella nella quale il peccato delle origini, con la sua concupiscenza di agostiniana memoria, ha reso più complesso utilizzare un linguaggio, come quello affettivo, di per sé splendido ed eloquente. L’esperienza umana risulta essere particolarmente generosa nell’evidenza che non v’è corrispondenza tra la radicale domanda umana di pienezza e totalità, e l’esperienza possibile di essa. Anche nel caso di assenza di particolari problematiche in ordine alla relazione psico-affettiva, l’io si ritrova costantemente di fronte all’esperienza del proprio limite e della non commensurabilità tra la propria domanda di felicità e la realizzabile risposta. Tale sproporzione può essere risolta in differenti modi: può diventare frustrazione generativa di disagio, può essere censurata e divenire comunque origine di disorientamento, o può essere accolta come una dimensione irrinunciabile dell’uomo, perché legata alla sua struttura naturale. In quest’ultimo caso la sproporzione è occasione di domanda su di sé, sull’altro e sulla realtà.

Integrità della persona

Il realismo a cui la frequentazione di Cristo e della Chiesa ci ha abituati impone di riconoscere come il cammino verso l’integrità – maturità, compiutezza, equilibrio – dell’uomo sia un percorso fatto di tappe, non necessariamente in ordine crescente e, comunque, dipendente da fondamentali facoltà quali l’intelligenza, la volontà e la libertà; e nondimeno anche dalle differenti circostanze socioculturali in cui la persona si trova a vivere. L’integrità è dunque sempre una conquista e un cammino da rinnovare ogni giorno, facendo leva sul meglio di se stessi e guardando a chi in questo cammino ha compiuto passi che possono essere ripercorsi con profitto. Tale consapevolezza non ci lascia sgomenti di fronte alla frequente esperienza dell’«uomo in frantumi», secondo un’espressione di Lewis, esperienza che non di rado si presenta in tutta la sua drammaticità e che non trova facilmente spazi di ascolto, confronto, comprensione in un ambito socioculturale fondato prevalentemente su un’idea astratta di uomo, ma che censura l’uomo reale, imperfetto e limitato. Tra gli uomini, nella fatica dell’equilibrio affettivo, c’è anche il sacerdote che – fedele alle promesse battesimali e sacerdotali – è impegnato nell’imitazione di Colui nel cui nome è stato battezzato e in persona del quale agisce. La virtù della castità è intimamente legata a quella della temperanza, che mira a far condurre dalla ragione le passioni e gli appetiti della sensibilità umana (cfr. CCC n. 2341). Il sacerdote avrà cura di trovare tutti i mezzi necessari per giungere alla pratica della virtù della castità, in particolare: la conoscenza di sé, l’obbedienza ai comandamenti divini, l’esercizio delle virtù morali e la fedeltà alla preghiera come luogo primario di custodia del proprio io. Nel proprio rapporto con Dio, il sacerdote rimane stabilmente ancorato alla certezza che la castità rimane un dono di grazia (cfr. CCC n. 2345), frutto dello Spirito Santo: è lo Spirito Santo che dona di imitare la purezza di Cristo, Signore e Maestro. Esiste dunque uno spazio tra la volontà del singolo e la realizzazione di essa: è lo spazio dell’azione divina che ciascuno di noi è chiamato a riconoscere con semplicità di cuore.

Integralità del dono

C’è un’evidenza primaria con cui ogni uomo è chiamato a misurarsi: l’esistenza del proprio io. Contemporaneamente ciascuno sperimenta come tale esistenza non sia dipesa dalla propria personale volontà, ma abbia origine al di fuori di sé. Qualunque tipo di risposta si possa dare a questa duplice evidenza, resta inoppugnabile il fatto che l’uomo si scopra come dono che ha in altro (o Altro) la propria origine. La memoria di essere la “conseguenza” di un atto gratuito, sostiene considerevolmente la libertà umana nel tentativo vero, anche se talora impacciato, di evitare di impossessarsi di sé e dell’altro. Siamo consapevoli che l’oggettività di tale gratuità è esistenzialmente sperimentabile solo a determinate condizioni di rapporti parentali educativi psico-affettivi, nei quali la persona abbia l’esplicita testimonianza (che diviene certezza) di essere voluta, amata e sostenuta. Tuttavia le condizioni perché una verità diventi ragionevolmente sperimentabile per il soggetto, dipendono appunto dall’esperienza e non dalla verità stessa. In altre parole, la fatica nello sperimentare all’origine della propria esistenza una gratuità donata, non postula necessariamente l’inesistenza di tale gratuità, ma ne indica solo la laboriosità del riconoscimento. L’uomo, capace di guardare se stesso e gli altri in questa maniera, si scopre carico di stupore per la grandezza di ciò che egli è e di ciò che gli altri sono. Tale stupore lo colloca in un atteggiamento di profondo rispetto della propria persona e degli altri, che esige uno spazio di contemplazione.

Ragionevolezza della castità

Allora risulta evidente come la castità non sia un’esperienza avulsa dalla comune esperienza dell’uomo, ma sia il nome autentico di quello spazio di libertà e rispetto indispensabile tra gli individui. Non è “anormale” non creare corrispondenza univoca tra le proprie pulsioni e il proprio comportamento, dunque non è “anormale” vivere la castità. Non misconosciamo talune correnti di pensiero che sostengono l’inevitabile frustrazione nascente dall’impossibilità di soddisfare tutte le pulsioni umane, né misconosciamo la parzialità della loro idea di uomo: non è secondo ragione ridurre la persona a un fascio di pulsioni, per di più di ordine psicosessuale. Ci pare di poter affermare che l’io sia molto di più delle sue pulsioni e che l’eventuale non corrispondenza tra i propri desiderata e ciò che è dato di vivere non possa essere ridotta alla sfera psicosessuale, ma sia un elemento inevitabile e dunque costitutivo dell’esperienza umana. Il cristianesimo chiama questa non corrispondenza piena “limite” o “peccato”, evidenziando la strutturale fragilità della condizione umana e contemporaneamente tracciando percorsi di reale e appagante riscatto che chiama misericordia. Per chi ha incontrato Cristo e ha scoperto la propria esistenza amata e salvata da un Dio che si è fatto uomo, la castità non è un frustrante obbligo morale, ma piuttosto la gioiosa risposta a una vocazione di vita piena, realmente umana, in cui i rapporti tra le persone sono riverbero, pallido ma autentico, dell’unico rapporto con il Mistero.

Salvatore Vitello

BOX - Come struzzi o come aquile?

Chi non prega somiglia ad uno di quegli uccelli pesanti che non riescono a librarsi per aria: se riescono a spiccare il volo, eccoli ricadere subito verso il basso e finire, raspando, con la testa sotto terra; eppure sembra che ciò faccia loro piacere. Chi prega, invece, assomiglia a un’aquila intrepida, che si libra in aria e sembra volersi avvicinare al sole.

San Giovanni Maria Vianney

BOX - Preti, ma con stile!

Il bel volume Stile sacerdotale, curato dal rogazionista Leonardo Sapienza (LEV 2009, pp. 201, € 11) presenta «il modello del Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney, che può suggerire ai sacerdoti di oggi un dolce e austero stile nuovo, un autentico stile sacerdotale». Per aiutare a vivere questo speciale Anno, il presente volume offre uno scritto del magistero di Giovanni XXIII il quale, per ricordare il centenario della morte del Curato d’Ars e il 55° anniversario della sua ordinazione presbiterale, stende l’enciclica Sacerdotii nostri primordia, per mettere in rilievo alcuni aspetti della vita sacerdotale e per presentarne un modello ben riuscito: il Curato d’Ars. Seguono gli scritti di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e alcuni brani di san Giovanni Maria. Uno stile di vita – quello del prete – esigente e scomodo, mai alla moda eppure sempre attuale. Perché non richiede di “apparire”, ma di “essere”: la segreta identità dell’individuo si rivela nei comportamenti e nel linguaggio. Certo non si può esaurire il giudizio di una persona sulla base di questi elementi, perché l’ipocrisia riesce a oscurare e ingannare come una cortina fumogena. Tuttavia è inevitabile: azioni e parole mostrano quel che si è. Se questo è valido per chiunque, a maggior ragione vale per un sacerdote, che ha scelto come stile di vita quello di essere “modello” del gregge a lui affidato. Tra i tanti pensieri del Curato d’Ars segnaliamo il seguente: «Se un prete dovesse morire a forza di lavorare e di faticare per la gloria di Dio e la Salvezza delle anime, non sarebbe poi un male» (p. 95). Poco oltre, nella medesima pagina, dice: «Sant’Alfonso de’ Liguori ha fatto voto di restare sempre occupato. Noi [parroci] non abbiamo bisogno di fare questo voto». Speriamo proprio che la meditazione attenta e amorosa delle pagine di questo volume possa risvegliare nei sacerdoti la fierezza della propria vocazione, e nei laici la simpatia e il rispetto verso questi fratelli che, pur fra tante debolezze, si sforzano di essere nel mondo i testimoni autentici e gli “specialisti” di Dio. Il santo Curato d’Ars lo fu fino all’ultimo istante della sua esistenza.

Vito Salanitri


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Dies academicus a Gerusalemme sul tema “Studio della Teologia e Sacerdozio”

Il prossimo 22 ottobre, nell’auditorium di Terra Sancta College


GERUSALEMME, martedì, 20 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il prossimo 22 ottobre, nell’auditorium di Terra Sancta College a Gerusalemme, lo Studium Theologicum Salesianum “Saints Peter and Paul” organizza un solenne dies academicus per riflettere sul tema “Studio della Teologia e Sacerdozio”.

Sarà l’Arcivescovo Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense, eccellente teologo, apprezzato in tutto il mondo, a tenere la lectio magistralis. Con questa iniziativa si vuole riflettere sul sacerdozio ministeriale e, in tal modo, accogliere l’invito del Santo Padre che ha voluto che quest’anno fosse dedicato a tale scopo.

La responsabilità di offrire l’insegnamento di una sana teologia ai futuri sacerdoti, in piena armonia con il Magistero del Papa, è un impegno che lo Studium Theologicum Salesianum ha assunto sin dall’inizio della sua presenza a Gerusalemme, cinque anni fa, ha spiegato don Roberto Spataro, Preside dell’istituzione.

Il Cardinale Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ha inviato un caloroso messaggio per esprimere il suo apprezzamento per l'iniziativa.

A partire dal 2004 fino all’anno accademico attuale, più di 100 studenti, appartenenti a varie Congregazioni religiose e provenienti dai cinque continenti, hanno frequentato i loro studi di teologia presso lo Studium Theologicum Salesianum.

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La vocazione del sacerdote, secondo il Cardinal O'Malley


L'Arcivescovo di Boston al ritiro sacerdotale internazionale di Ars


di Anita S. Bourdin


ARS, martedì, 13 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Come San Girolamo, il sacerdote è chiamato a togliere la spina anche dalla zampa di un leone, ha osservato il Cardinale Sean O'Malley, ofm cap, Arcivescovo di Boston, nell'incontro sacerdotale internazionale di Ars all'inizio di ottobre.

Per Girolamo, ha ricordato il Cardinale, “ignorare le Scritture è ignorare Cristo”, per cui “non parla dei nostri problemi esegetici, ma di scoprire Dio nella Parola viva”. Citando una riflessione di padre François Marie Léthel, ocd, menzionato il giorno prima dal Cardinale Schönborn, ha ricordato: “I santi sono veri teologi”.

Ha quindi proposto di trarre questa conseguenza per la vita del sacerdote: “Se siamo icone del Buon Pastore, dobbiamo conoscere le sue parole perché diventino le nostre”.

Il Cardinale O'Malley ha commentato la prima lettura della Messa, del libro di Neemia: “Il re vide la tristezza di Neemia e gli chiese di aprire il suo cuore. Neemia disse che il suo cuore era spezzato perché la Città Santa, Gerusalemme, e il Tempio erano in rovina”.

“Anche noi vediamo i problemi della secolarizzazione, gli scandali sessuali, la Chiesa disprezzata, abbandonata da tante persone – ha commentato l'Arcivescovo di Boston –. Ma il re ha accolto la richiesta di Neemia che gli ha chiesto: 'Mandami in Giuda per ricostruire la città dei miei antenati'”.

Il salmo evoca anche l'esilio del Popolo “sulle rive dei fiumi di Babilonia”; sembra che l'esilio ricordi la “situazione della Chiesa oggi, tra persone indifferenti o ostili, scettiche, che resistono al fatto che una verità possa interferire con la loro libertà, con l'autonomia che rivendicano”.

Girolamo, ha sottolineato il Cardinale O'Malley, descrive i cristiani del primo secolo di cui la gente dice “abitano vicino a noi, tra noi, ma non abortiscono e rispettano il matrimonio, questo è raro!”. Per il Cardinale, questa lettera “avrebbe potuto essere scritta la settimana scorsa”.

La “Leggenda d'oro” di Jacopo da Varazze, ha detto il porporato, evoca la scena in cui Girolamo è circondato da un gruppo di monaci. Quando vengono attaccati da un leone, tutti fuggono, ma Girolamo rimane: vede che il leone zoppica e va a togliergli la spina dalla zampa.

E trae questa lezione: “Dobbiamo comportarci così: Cristo è il nostro medico, il nostro Salvatore. Dobbiamo essere convinti e convincere gli altri, e avere la grazia che i nostri nemici diventino nostri fratelli”.

A questo proposito, ha citato la testimonianza del Cardinale vietnamita François-Xavier Nguyên Van Thuân, per tredici anni prigioniero nelle carceri comuniste del suo Paese, che convertì i suoi carcerieri per l'autenticità della sua vita evangelica.

I sacerdoti, ha aggiunto, sono “araldi di Cristo, chiamati a ricostruire la città santa”, a immagine di San Francesco d'Assisi al quale Gesù disse a San Damiano: “Ripara la mia casa”.

Anche gli apostoli, però, hanno abbandonato Gesù nella sua Passione, e Pietro, “il pomeriggio della sua ordinazione, taglia l'orecchio di Malco, vede i soldati, si mette in salvo... Cerca di fare ciò che tutti noi abbiamo fatto qualche volta, seguire Gesù, ma a una distanza di sicurezza. Ad ogni modo, qualcuno lo riconosce, non un soldato armato di spada ma una serva – che lo trattò con sdegno –, ed egli rinnega il suo Maestro”.

Per questo, ha proseguito il Cardinale, Cristo sulle rive del lago dopo la risurrezione gli domanda tre volte: “Mi ami?”. Gli autori spirituali evocano questa seconda chiamata, la “seconda opportunità”, questa nuova possibilità dopo i nostri tentennamenti, la nostra ritirata. Noi, come sacerdoti, possiamo ricevere questa grazia di una nuova chiamata... Come Santa Teresa di Gesù, che ha ricevuto una seconda conversione davanti all'immagine dell'Ecce Homo, ha spiegato.

Il Cardinale O’Malley ha quindi ricordato il giovane del Vangelo che disse a Gesù che lo avrebbe seguito ovunque andasse, al quale Cristo rispose: “le volpi hanno le loro tane, ma il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo”.

“I primi discepoli domandano: 'Dove abiti?', e si sentono rispondere 'Venite e vedrete', e scoprono che è un Maestro senza casa. 'E' nato in una stalla ed è stato sepolto nella tomba di un altro'”, ha osservato il Cardinale.

Ciò richiama al celibato sacerdotale, ha proseguito: “il nostro celibato è una partecipazione al fatto che non c'è casa per l'amico dello Sposo e per gli altri discepoli. Il celibato senza amore non ha senso, è anche mortale. Deve invece essere il segno della gioia della fede nello spirito, nel Cristo risorto: il sacerdote non ha bisogno di sposarsi per avere figli perché è chiamato a vivere la vita eterna”.

“Il Santo Curato d'Ars ci aiuti a trovare il nostro cammino qui sulla terra, la nostra via in una vita interiore rinnovata di amicizia profonda con Cristo e con i nostri confratelli sacerdoti”, ha concluso il Cardinale O’Malley.

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PREGHIERA PER LE VOCAZIONI SACERDOTALI E RELIGIOSE

DI GIOVANNI PAOLO II

Spirito di Amore eterno,
che procedi dal Padre e dal Figlio,
Ti ringraziamo per tutte le vocazioni
di apostoli e santi che hanno fecondato la Chiesa.
Continua ancora, Ti preghiamo, questa tua opera.
Ricordati di quando, nella Pentecoste,
scendesti sugli Apostoli riuniti in preghiera
con Maria, la madre di Gesù,
e guarda alla tua Chiesa che ha oggi
un particolare bisogno di sacerdoti santi,
di testimoni fedeli e autorevoli della tua grazia;
ha bisogno di consacrati e consacrate,
che mostrino la gioia di chi vive solo per il Padre,
di chi fa propria la missione e l'offerta di Cristo,
di chi costruisce con la carità il mondo nuovo.
Spirito Santo, perenne Sorgente di gioia e di pace,
sei Tu che apri il cuore e la mente alla divina chiamata;
sei Tu che rendi efficace ogni impulso
al bene, alla verità, alla carità.
I tuoi 'gemiti inesprimibili'
salgono al Padre dal cuore della Chiesa,
che soffre e lotta per il Vangelo.
Apri i cuori e le menti di giovani e ragazze,
perché una nuova fioritura di sante vocazioni
mostri la fedeltà del tuo amore,
e tutti possano conoscere Cristo,
luce vera venuta nel mondo
per offrire ad ogni essere umano
la sicura speranza della vita eterna. Amen.

Castel Gandolfo, 24 settembre 1997