7. RÜGEN
“Sana ghe egoo gaka ege gaka wroo
ege gaka wroogoo goo goo.”
(Sheba, Mike Oldfield, 1980)
Da qui a Rügen sono esattamente 1.887 chilometri. Ben 17 ore di viaggio. Considerando variabili come traffico, maltempo, stanchezza e pause di vario tipo, se parto adesso dovrei arrivare domani pomeriggio. Preferisco viaggiare di notte quando sono solo.
Ho preparato il mio lettore mp3: 28,87 giga per 5399 brani.
Se dovessi finire su un'isola deserta potrei ascoltare ininterrottamente musica 24 ore su 24 per 15 giorni. Questo se la batteria reggesse. Ecco le contraddizioni del progresso tecnologico: promettere prestazioni impossibili da mantenere. Se tutto fila liscio però, dovrei tornare a casa entro venerdì sera quindi, contraddizioni tecnologiche a parte, sono tranquillo.
Vi starete chiedendo cosa mi spinge a intraprendere un viaggio di 1.887 chilometri da solo, di notte, per una destinazione sconosciuta, lasciando una moglie ignara di tutto in piena fase rem e una bambina insonne di appena due anni in grado di ridere sempre, qualsiasi espressione le mostri. Ecco, a dire la verità ho bisogno che abbiate un quadro più possibile oggettivo, indipendentemente dalle conclusioni a cui giungerete: sono un professore di scienze e sono abituato a vedere le cose da un punto di vista razionale pertanto, non cercherò di convincervi con la poesia delle emozioni ma solo raccontandovi come sono arrivato a chiudere piano la porta di casa dopo aver spento il cellulare e aver lasciato un post-it di scuse a Laura con l'impegno a farmi risentire quando tutto, in un modo o nell'altro, sarà finito.
Non mi aspetto che mi crediate, né tanto meno che qualcuno di voi segua il mio esempio. Ho sempre odiato gli allievi, figuriamoci i proseliti. Sono perfettamente cosciente del fatto che se tutto ciò che penso è vero ci vorranno mesi per presentare una ricerca seria ed esaustiva, anni per promuoverla e chissà quanti decenni per far si che venga accettata quindi, non mi faccio illusioni. Probabilmente sarò morto di vecchiaia da cinquant'anni quando qualcuno tirerà fuori tutti i miei calcoli e comincerà a pensare che stavo seguendo la strada giusta.
Mettendo in moto e uscendo piano dalla traversa di casa ho in mente le parole di una vecchia canzone che diceva che uno non si può più fermare quando s'alza il vento, anche se non sa dove andrà né quanto male farà alla donna che sta per abbandonare. Quasi mi commuovo pensando a quanto la canzone sia stata scritta per descrivere esattamente questo momento.
In meno di un'ora sono già sull'autostrada e penso che se potessi automatizzare la guida seguendo una linea retta, con uno scarto, diciamo, di 15 gradi a destra e 15 gradi a sinistra, potrei anche dormire tranquillamente e svegliarmi domani mattina, direttamente in Germania.
Tutto è iniziato il mese scorso quando sono entrato in carcere.
Ero stanco di fare l'insegnante per ragazzine viziate e insoddisfatte con pantaloni a vita bassa e piercing sull'ombelico, per non parlare dei fianchi, sempre più grossi. Per non parlare del resto, sempre più deprimente.
«Comprenderà Professore che alcuni soggetti sono, come dire, poco inclini alla disciplina.»
«Lo so.»
«Non potrà portare niente dall'esterno all'interno, né niente dall'interno all'esterno. Mi riferisco a lettere e simili.»
«Libri?»
«La nostra sicurezza si occuperà di ispezionarli.»
«Ovviamente.»
«Scusi se mi permetto: perché ha deciso di farlo?»
«Lei ha mai visto come vanno in giro le ragazzine di oggi, per non parlare del resto?»
«In che senso?»
La prima lezione che feci in carcere andò come tutte le altre che avevo fatto fuori dal carcere. Gli studenti sono tutti uguali, ovunque si trovino.
«Di cosa ti lamenti?»
«Non c'è più nessuno disposto a imparare. Non ci sono più studenti Laura, ecco tutto.»
«Il solito atteggiamento nichilista.»
«La società in cui viviamo non ha più bisogno di insegnanti, facciamocene una ragione.»
«Le tue preoccupazioni sono vecchie come il mondo: ogni epoca si è sempre immaginata a un passo da un precipizio...»
«Da qui il precipizio nemmeno lo vediamo più per quanto siamo sprofondati cara Laura, detta anche La Bella E Dotta Ma Nonostante Ciò Ingenua Ottimista.»
Che dire, non sono mai stato uno predisposto ad evidenziare il lato positivo delle cose, uno di quelli sorridenti apriori no, io sono incazzato. Da sempre. E Laura lo sa. E mi critica. Ma poi facciamo pace. In fin dei conti se non avessi avuto un po' di fiducia nel genere umano mica l'avrei messa al mondo una figlia, eccheccazzo.
Poi arrivò la seconda lezione e li conobbi Fabrizio. Non che nella prima non ci fosse, solo che non era interessato e la sua divisa era tutt'uno con l'intonaco delle pareti. Chi l'avrebbe mai detto che un argomento come il Sistema Solare avesse il potere di affascinare ancora una mente giovane. Fabrizio aspettò la fine della lezione e si avvicinò guardando la lavagna con il mio disegno della Terra e degli altri pianeti. Giotto sarebbe stato orgoglioso di me. Peccato che Giotto non sapesse che la Terra fosse rotonda. Né che girasse contemporaneamente su se stessa e intorno al Sole e questo, seguendo una catena di pensieri, mi portava a concludere che, tecnicamente, io mi trovavo in una posizione di netta superiorità rispetto a Giotto e alla sua stupida prospettiva centrale.
«Professore?»
«Sì.»
«Non può essere così», e indicò la lavagna.
«E tu chi sei Giotto?»
«Io lo so.»
«Non è così cosa?»
«La storia della Terra e degli altri pianeti. Non c'è nessun Sistema Solare.»
«Lo dicevo io che la Chiesa aveva fatto bene a processare Galileo.»
Fabrizio mi guardò perplesso: «Non ho detto mica che la Terra è piatta.»
La settimana successiva in un'ora e trentacinque minuti riassunsi l'intero programma di Scienze della Terra del primo anno ricevendo in cambio solo un paio di sbadigli e una grattata di ascelle. Quando voglio so essere interessante anche se parlo della tettonica delle placche e dei vari strati dell'atmosfera. Finita la lezione ero pronto ad affrontare Fabrizio in quello che stava diventando l'appuntamento fisso del martedì.
«Vuoi dirmi che la Terra è concava, in che senso?»
«Nel senso che noi siamo all'interno, non all'esterno. Tutto qui.»
«Decisamente interessante, e dove l'hai studiato?»
«Non l'ho studiato, lo so.»
«Lo sai?»
«Lo so.»
Tornai a casa divertito.
Volevo trovare chi aveva già parlato di questa cosa della Terra cava per dimostrare a Fabrizio che non era un'idea originalissima ma, soprattutto, che non era scientificamente possibile.
«E noi abiteremmo l'interno della crosta.»
«Stravagante.»
«Sì.»
«Ma sta bene questo ragazzino?»
«Si chiama Fabrizio. E non è un ragazzino. E secondo me non è nemmeno italiano. Sembra olandese.»
«Olandese?»
«Forse tedesco, ma non lo diresti subito perché parla benissimo l'italiano.»
«È pericoloso?»
«Non so. Forse ha ucciso qualcuno.»
«Te l'ha detto lui?»
«È in carcere Laura, e non certo perché si è dimenticato di pagare una multa.»
Mentre finisce Shine on you crazy diamond mi accorgo di aver passato l'ennesimo svincolo.
Mancano 1320 km a Rügen.
Adesso 1319.
Poco più di 12 ore di viaggio.
Non sono affatto stanco ma decido ugualmente di fermarmi per un caffè.
Fumo una sigaretta gustandomi il sapore della notte, del vento caldo e dei tir che sfrecciano in lontananza. Mentre sono assorto e penso che magari un giorno qualche sceneggiatore potrebbe scrivere la mia storia raccontando proprio questo viaggio, decido che ho fame e entro nell'autogrill.
«Lo studioso», ma sì, diciamolo pure, «lo scienziato incompreso, scopre qualcosa di sconvolgente, qualcosa che cambierà radicalmente e definitivamente l'umanità e il rapporto che essa ha con Tutto Il Cosmo».
«Lo scienziato», dicevamo, «che abbandona moglie e figlia per amore del sapere, prende il taccuino rosso su cui annoterà impressioni e formule incomprensibili ai più e viaggerà da solo, nella notte, per dimostrare la validità delle sue teorie.»
Puro e incondizionato Amore Per La Verità.
Prendo un menù che comprende un trancio di pizza, una cocacola, patatine fritte e un bicchiere con una macedonia che resto a guardare cercando di capire per quale motivo abbia i colori non corrispondenti alla frutta.
No, non funzionerebbe.
Lo scienziato in viaggio da solo non funziona al cinema.
Lo sceneggiatore avrebbe problemi con i dialoghi. Il protagonista non può parlare da solo per tutto il viaggio. La possibilità di inserire una voce off mi disgusta. No, qui ci vorrebbe un altro personaggio. Qualcuno in grado di dare la battuta. Cavolo, ho fatto male a non portare Laura. Avremmo potuto lasciare la bambina dalla nonna e partire insieme. Con il suo entusiasmo sarebbe stata un'ottima coprotagonista. Oltre al fatto che avrebbe garantito un paio di incredibili scene di sesso a metà del secondo atto. «Ah, Laura sì che avrebbe saputo darmi la battuta!»
Ecco qui il frutto di centinaia di anni di evoluzione culinaria: il trancio di pizza da autogrill. In tutto e per tutto indistinguibile dal cartone che lo contiene: il contenuto è il contenitore. Decido che è ora di rimettermi in viaggio, accendo i fari e metto in play il lettore mp3 ma Suzanne di Leonard Cohen non è proprio la canzone adatta alla partenza post-caffeina così mando avanti e ascolto Pump dei B-52's a un volume intollerabile per qualsiasi orecchio umano.
Sono sempre stato un grandissimo fan della funzione random.
Quella notte Laura mise a letto la bambina e andò a dormire e io rimasi seduto davanti al monitor. Tra deliri vari e siti pseudoscientifici, finalmente trovai qualche notizia attendibile. Scoprii che sin dall'antichità, nella mente di molti si insinuò il dubbio che la Terra fosse cava e abitata all'interno, e che tutte le teorie si dividevano grossomodo in due filoni principali: quelli che credevano che la Terra fosse abitata all'interno da esseri sconosciuti – mentre la razza umana avrebbe abitato la parte esterna – e quelli che credevano che gli umani abitassero la parte interna.
Per quanto riguardava la prima teoria – noi viviamo fuori e vogliamo sapere chi c'è dentro – era tutto un fiorire di viaggi, spedizioni e avvistamenti finalizzati a scoprire passaggi segreti. I punti più quotati erano, ovviamente, Polo Nord e Polo Sud. Portando alle estreme conseguenze una sorta di giustificazionismo tautologico alcuni si spingevano addirittura a pensare che quelli che chiamiamo ignorantemente UFO, non sarebbero stati altro che velivoli inviateci dagli abitanti interni della Terra, molto più progrediti di noi dal punto di vista tecnologico barra etico barra sociale nonché ansiosi di istruirci ed elevarci finalmente a una vita migliore.
Un interessante punto di vista che, se sviluppato, avrebbe portato a riconsiderare semioticamente gli alieni: non più extra-terrestri ma, semmai, intra-terresti.
Trovai anche la lettera che un certo Symnes, a metà dell'800, aveva inviato a tutte le università del mondo e che iniziava così:
“A tutto il mondo Io, John Cleves Symnes, dichiaro che la Terra è vuota e abitabile all'interno..."
Non sorprenderà nessuno che Symnes ricevette solo indifferenza totale e qualche risatina di scherno come premio di fiducia ai suoi studi durati tutta una vita.
C'era poi l'altro filone, quello più sconcertante secondo cui non esisterebbe un globo cavo né una Terra convessa sulla quale si sarebbe sviluppata la vita così come la conosciamo perché in realtà l'umanità sarebbe sempre vissuta, completamente ignara della questione, nel lato interno della Terra concava. Un tale Cyrus Teed, alla fine del'800, l'aveva dimostrato in un libro. Il fatto poi che fondò una specie di setta in Florida non dovrebbe offuscare il dato più interessante e cioè che alcuni dei suoi seguaci, per anni, sostennero di essere in grado di misurare la concavità della curvatura terrestre. Incredibilmente, nessuno scienziato si precipitò sulle spiagge della Florida a verificare.
Insomma, qualcuno ci aveva creduto seriamente, ma quando ne riparlai il martedì successivo con Fabrizio rimasi molto stupito dal fatto che lui non sapesse niente né di Symnes né di Cyrus Tedd. Continuava a ripetermi, come se non ci fossero altre spiegazioni plausibili: «Certo che è così: noi siamo dentro.»
«E fuori cosa c'è?», gli chiedevo curioso di comprendere come la sua mente razionalizzasse concetti come Infinito, Universo e Dio.
«Non lo so.»
«Ti rendi conto che non si può dimostrare che la Terra è concava?»
«Non c'è bisogno di dimostralo. È così e basta.»
«E le spedizioni spaziali? E i satelliti? E Galileo? E Cristoforo Colombo? E Yuri Gagarin?»
Mi guardò con l'aria di quelli che conoscono la verità e la stanno per rivelare ben coscienti del fatto che potrebbero non essere creduti.
Incalzai indispettito: «L'uomo è stato sulla Luna grazie a un computer potente quanto un Commodore 64. Era il 1969 e io l'ho visto. Quella era la realtà bello, mica un film di Kubrick.»
Ma lui divertito disse solo: «La Luna?».
Già, in teoria nemmeno la Luna esisteva così come ce l'eravamo immaginata nel sistema della Terra concava. Con buona pace di tutti i poeti e di tutti i canti notturni di pastori erranti dell'Asia. Per non parlare poi del fatto che se non esisteva la Luna come satellite esterno della Terra, ma semmai interno, non poteva esistere nemmeno una parte oscura della Luna, visto che sarebbe stata una contraddizione in termini. Figuriamoci poi se poteva essere concepita un'Odissea nello spazio.
Stavo diventando matto.
Sognai anche Astolfo sull'ippogrifo che di ritorno dalla Luna mi guardava e mi prendeva in giro, mentre Ariosto tentava di spiegarmi l'evidenza nonché ovvietà della cosa che solo io sembravo non afferrare. Nemmeno lui, l'Ariosto, riusciva però ad essere serio e così il mio nervosismo aumentava. Oltremodo furioso, decisi di lanciare un sasso sulla bella faccia di Astolfo, di montare sull'ippogrifo e dirigermi verso la superficie giallolunare ma, proprio mentre ero a un passo dalla Luna che quasi potevo toccarla, mi svegliai con il respiro affannato.
Ero arrivato in Austria facendo tutta una tirata fino a Innsbruck e ora stavo per raggiungere Monaco e non avevo alcuna intenzione di fermarmi per la notte: «Avrei proprio bisogno di un aiutante.» Così è solo il viaggio di un invasato mentre in due, in due diventerebbe una storia da raccontare.
In questo gli americani sono fenomenali: prendi un uomo qualsiasi e mettilo su un qualsiasi mezzo di trasporto, all'occorrenza anche a piedi, e otterrai La Risposta Alla Domanda Fondamentale Sulla Vita, L'Universo E Tutto Quanto. Un personaggio americano non viaggia mai per caso o, mettiamo, solo per recarsi da un punto A a un punto B perché quello, il viaggio, è solo un pretesto. Viaggia per conoscere se stesso, i suoi simili, gli alieni, Dio, Buddha, La Ragazzina Dai Capelli Rossi. Credo abbia a che fare con il mito della frontiera. Disegna linee e otterrai una popolo che non solo ama attraversarle ma anche raccontarlo: ecco allora la ferrovia e il Wild West, ecco il rugby, ecco i viaggi on the road, gli hippy, Eazy Rider. Ecco gli Stati Uniti d'America: una democrazia fondata su rette parallele destinate a non incrociarsi mai.
Ma un professore di scienze che parte da solo dall'Italia alla ricerca delle prove della concavità della Terra e, passando per l'Austria e la Germania, arriva su su, fino all'isola di Rügen, non so che senso possa avere. Nell'eventualità di una trasposizione cinematografica lo sceneggiatore dovrà inventare situazioni e piccoli incidenti di percorso per far andare avanti la storia. Perché mica uno spettatore ci crede che tu ti sei fatto un viaggio fino a Rügen fermandoti solo una volta in autogrill a mangiare una pizza-cartone.
Volevo dimostrare a Fabrizio che la sua teoria era errata e volevo dimostrarglielo con la Scienza e non certo convincerlo con le foto delle spedizioni su Marte perché secondo lui Marte, Venere, Plutone, la Via Lattea, Sirio, Cassiopeia, l'Orsa Maggiore (e quella Minore) erano all'interno della crosta terrestre, insieme a tutti noi. Pianeti sì, ma piccoli, molto più piccoli di quanto pensassero gli astronomi.
«E le stelle? Illusioni ottiche?»
Non sapeva.
Ridevo al pensiero di quanto una teoria del genere fosse totalmente claustrofobica: un unico Mondo barra Universo barra Tutto circolare e autosufficiente.
«E al di fuori? Altri uomini sulla crosta esterna?»
«Non lo so.»
«Oppure altri mondi abitati all'interno?»
Non sapeva nemmeno questo.
Non insistetti perché pensai che se fosse stato un po' più scaltro avrebbe potuto mettermi in difficoltà ribaltando gli stessi esercizietti filosofici che gli stavo sottoponendo. Avrebbe potuto chiedermi, ad esempio, «quanto è grande l'Universo?», oppure «esiste qualcosa oltre l'Infinito?»
E cosa avrei potuto rispondere a domande del genere? Solo un articolato, dogmatico e serissimo «non so».
La tragica verità, infatti, è che noi sappiamo di essere sulla crosta perché ce l'hanno detto.
Ho passato giorni e giorni a riflettere su questo e posso garantirvi che non esiste alcuna teoria che lo provi in maniera inconfutabile né, d'altra parte, esiste alcun evento della storia del nostro pianeta che non possa funzionare esattamente così come i libri e gli scienziati lo abbiano descritto, con l'unica differenza che i continenti, gli oceani e le stelle, non sono all'esterno ma all'interno della Terra.
Lo so, non è semplice da credere.
Prendetevi un minuto prima di andare avanti e pensateci.
Ripercorrete tutta l'evoluzione rigirando la Terra come un calzino: quello che era fuori ora è dentro. Bene, cosa cambia? Ve lo dico io: niente, assolutamente niente.
Ricordate alle elementari quando pensavate che al Polo Sud gli abitanti vivessero a testa in giù? Certo, non aveva senso, tutto è relativo e rapportato ai punti di vista. Per un ipotetico abitante del Polo Sud saranno gli Europei a vivere a testa in giù. Ecco, ora immaginate di vivere all'interno della crosta. È la stessa cosa. Prendete la formazione dei continenti, le maree o qualsiasi altro fenomeno naturale vi venga in mente e chiedetevi in che modo questo funzioni all'esterno. Ora chiedetevi perché non dovrebbe funzionare all'interno. Incredibile vero?
Certo, il vecchio Newton-mela-in-testa sarebbe impazzito se gli avessero detto che la Terra era concava e che lui, la mela e tutto l'albero erano dentro e non fuori. Per scongiurare questo pericolo il vecchio Isaac fece addirittura un esperimento, conosciuto come l'Esperimento Del Guscio Sferico, con il quale dimostrò che all'interno di un guscio solido e simmetrico la forza gravitazionale è sempre pari a zero. Semmai vi trovaste all'interno di un guscio simmetrico dunque, svolazzereste da un punto all'altro senza fermarvi. Ma se invece foste in un guscio asimmetrico gigante e completamente irregolare che gira velocemente su se stesso con all'interno acqua, aria e terra distribuita in maniera non uniforme e mobile?
Già.
Ecco, fermatevi un minuto e pensateci.
A me ci vollero giorni di dubbi, calcoli e perplessità: prima ripartii da Newton immaginandomi all'interno della Terra.
Plausibile.
Poi provai a calcolare la forza centrifuga e centripeta. La forza centrifuga genera sempre gravità.
Plausibilissimo.
Poi rapportai il tutto alla massa della Terra che però a questo punto doveva essere differente, ma di quanto?
Un po' forzato ma plausibile.
Giunsi alla conclusione che con gli strumenti che ci avevano lasciato in eredità gli scienziati dei secoli scorsi, non ce l'avrei mai fatta a dimostrare il tutto oggettivamente. E poi c'erano le foto, le missioni spaziali e Google Earth a ricordarmi che la Terra era un piccolo, insignificante pianeta della Via Lattea sperduto nel Cosmo. Nient'altro che "il terzo pianeta a partire dal sole", come ripeteva a tutto volume la chitarra elettrica di Hendrix nella mia testa. Dovevo trovare il modo di capire se, oltre gli esercizi mentali che suggerivano la plausibilità della concavità della Terra, ci fosse dell'altro. Osservando attentamente la circonferenza della Terra, mi accorsi che i coni che produceva in tutti i suoi poli potevano essere punti privilegiati di osservazione. Ma quale scegliere?
Le coste dell'Islanda potevano andare bene, come d'altra parte anche uno qualsiasi di quegli isolotti a nord dell'Alaska. Come anche le isole Falkland. O, perché no, l'isola della Tasmania, in Australia.
Avevo le idee confuse.
É notte fonda, e se non fosse per le insegne in tedesco avrei l'impressione di essere ancora vicino a casa. E invece sono vicino a Berlino. Esattamente a 300 chilometri da Rügen.
Sono un po' stanco e abbasso il limite di velocità a 100 chilometri. Sono in anticipo. Finisco la sigaretta e ripenso a martedì scorso, quando sono tornato in carcere.
«Come fuggito?»
«Abbiamo avviato un'indagine interna, mi dispiace per eventuali inconvenienti ma capirà, Professore, che è necessario anche il suo contributo.»
«Se posso esservi d'aiuto...»
«Si tenga a disposizione e non lasci la città, verrà contattato a breve da alcuni colleghi.»
«E lui ti ha detto proprio della Cia?», mi fa Laura mentre sto guardando la Tasmania su Google.
«Sì, e ha detto anche che il suo vero nome non è Fabrizio ma Uwe. Uwe Füeller. Suo madre è la figlia di un emigrante italiano andato in Germania a costruire ferrovie negli anni '50. Conosce perfettamente l'italiano e, ufficialmente, era qui per fare visita ad alcuni parenti che però non ha mai visto. Era appena arrivato da Hobart. É pazzesco.»
«Perché dov'e Hobart?», dice Laura avvicinandosi al monitor interessata.
Le indico lo schermo: «Qui. È la città più a sud della Tasmania.»
«E cosa c'è di strano?»
Spingo invio sulla tastiera e sullo schermo un veloce zoom ci porta dall'Australia al sud dell'Argentina.
«Niente, se non fosse che due settimane prima era a Stanley, nelle isole Falkland, dall'altra parte del mondo e prima...»
«Non capisco.»
«Sta cercando di dimostrare che la Terra è concava, vedi?»
«E allora perché era in carcere proprio nella nostra città?»
«Questo non lo sanno bene nemmeno loro. Forse la Cia ha chiesto alle autorità di tenerlo sotto osservazione in attesa di trasferirlo.»
«Quantomeno non ha ucciso nessuno.»
«Già.»
Avevo bisogno d'aria e decisi di uscire in bici a schiarirmi le idee quando nella buca delle lettere la vidi. Una cartolina dall'isola di Rügen. Senza mittente. Nemmeno una parola. Solo l'immagine di una grotta con un albero gigantesco davanti a un mare cristallino. La misi in tasca facendo attenzione che nessuno mi vedesse e tornai di corsa davanti al computer. Sapevo bene cosa volesse dire quella cartolina e chi l'aveva mandata. Non mi restava che cercare sul web "Hollow Earth" + "Rügen".
Improvvisamente tutto divenne chiaro, addirittura ovvio.
Scoprii che la storia dell'isola di Rügen era collegata alle teorie della Terra concava da molto tempo. Lessi che addirittura alcuni dei più alti gerarchi nazisti, durante la Seconda Guerra mondiale, erano a tal punto convinti di trovarsi all'interno della Terra che proposero l'utilizzo di raggi infrarossi per individuare la posizione delle navi inglesi.
«Ma certo.»
Gli infrarossi sarebbero stati perfetti in quanto la curvatura della Terra non avrebbe potuto oscurarne l'osservazione e i raggi sarebbero arrivati dritti da una parte all'altra.
«Geniale!»
Continuai a leggere fino a quando qualcosa mi spinse a svuotare la cronologia delle pagine viste, a riempire il lettore mp3, formattare il computer e partire con quella vecchia canzone in testa senza nemmeno svegliare Laura. Dovevo assolutamente andare a Rügen di persona e rifare tutti i miei calcoli da quella latitudine. Certo, mica ho mai pensato di trovare porte segrete, buchi magici o passaggi temporali da cui uscire o entrare in altri mondi. Non sono ancora pazzo. Però quella grotta, a Rügen, voglio andare a vederla di persona.
È mattina inoltrata e sono uscito dall'autostrada un paio di ore fa. La Germania tutto sommato mi piace. Ci sono poche macchine in giro e sono immerso in un verde rilassante. Vorrei sentire Laura e tranquillizzarla ma se accendo il cellulare mi trovano subito. Ecco le contraddizioni della tecnologia: puoi chiamare chiunque in qualsiasi momento ma anche essere rintracciato ovunque dai satelliti. Per questo quando qualcuno ti segue è meglio spegnerlo il cellulare. Soprattutto se a seguirti potrebbe essere la Cia. Chissà se poi continueranno a chiamarli satelliti, una volta che scopriranno che non girano affatto intorno alla Terra, ma al suo interno.
Eh già, ce ne saranno di riflessioni da fare nei prossimi anni.
Sono fermo a un bar del porto di Stralsund e guardo il lunghissimo Rügendamm che attraversa Danhom e arriva sull'isola di Rügen. Il cappuccino qui fa veramente schifo. Dovrei riposarmi, lo so, ma ormai manca poco.
Calcoli su calcoli affollano la mia mente, equazioni e pensieri si fondono alla ricerca di un possibile indizio, uno qualsiasi, che mi faccia interrompere questo viaggio e mi faccia tornare indietro. Ma l'indizio non arriva e, anzi, non faccio altro che accumulare prove, incredibili prove che dimostrano, senza ombra di dubbio, l'esattezza dei miei calcoli. Continuo a pensare alla fortuna di essere a conoscenza della teoria che più di tutte rivoluzionerà la storia passata e futura. Mi piacerebbe che qualcuno mi fotografasse qui, ora, con la mia faccia contemplativa mentre scrivo questi appunti sul mio taccuino rosso e mi pongo domande insostenibili come «siamo soli nel nostro Mondo/Universo o fuori, sulla crosta, vivono esseri simili a noi?» Perché se fosse così avremmo un'enorme quantità di informazioni che potremmo in qualche modo inviargli. Magari con dei dischi volanti. Perché se così fosse, forse, abbiamo un tantino sopravvalutato le divinità. Voglio dire, «cos'è al confronto dell'Universo infinito che Dio aveva creato in sette giorni quest'unico mondo sferico e asimmetrico, chiuso, finito e claustrofobico?» Probabilmente l'umanità non è ancora pronta per accettare La Verità.
Per quanto mi riguarda devo solo attraversare questo ponte gigantesco. Salgo in auto e accendo il lettore a un volume moderatamente intollerabile, perché è così che mi piace ascoltare la musica: "Sana ghae egoo gaka ege gaka wroo ege gaka wroogoo" È Sheba, una delle migliori canzoni di Mike Oldfield. Salgo in auto sorridendo al pensiero che tutte quelle vocali armonizzate non significhino assolutamente nulla quando un dubbio s'insinua nella mia testa: «Che tutto questo non sia forse una metafora? Che, alla fine, non abbiano ragione gli americani con i loro viaggi di ricerca a sfondo esistenziale?»
Ma poi mi tranquillizzo, metto in moto e mi appunto una battuta. Vorrei tanto che lo sceneggiatore la facesse pronunciare allo scienziato durante il viaggio. Eccola: «No, a me le metafore non sono mai piaciute, preferisco gli esempi. Le cose vanno dimostrate, mica suggerite. Sono un professore di scienze io, mica un poeta.»
Ingrano la prima e sono sul Rügendamm.
Alzo ancora un po' il volume.
"Sawega wroo goo wrama waga we sanoo sava."
FINE
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© Diego Altobelli 2010 | www.revolutionine.com
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