5. LA RESURREZIONE DI LAZZARO

by Revolutionine on Saturday, September 11, 2010 at 1:09am ·

"Spero ci sia qualcuno che si prenderà cura di me

quando morirò, quando me ne andrò."

(Hope there's someone, 2005, Antony and The Johnsons)

 

 

Quasi a metà del libro si capisce il motivo del riferimento biblico. Mi sono sempre chiesto perché non abbia iniziato la storia da lì.

 

Il Padre Superiore, mentre sbirciava tra le carte di Fra Stefano, trovò un quaderno che portava come titolo La Resurrezione di Lazzaro. Iniziò a leggere a voce alta:

 

«Ogni allievo, nelle scuole della Chiesa, deve fare all'amore con i sillogismi.»

 

Il Padre Superiore fissò Fra Stefano negli occhi e girò pagina:

 

«Se si farà osservare a un religioso che le buone e le cattive azioni sono inutili in quanto esiste la predestinazione divina, questi risponderà di certo con un sillogismo: "anche mangiare allora è inutile perché se siamo predestinati a morire di fame non ci salverà un piatto di pasta.'"

 

Ed ecco il mio sillogismo: Dio punì l'uomo per un atto di superbia di Adamo che gli disubbidì mangiando il frutto e unendosi a Eva così, Lui, cacciò i due traditori ma promise che un giorno avrebbe inviato sulla Terra il Salvatore. La promessa si adempì ma il Figlio di Dio venne crocifisso dall'uomo, figlio di Adamo. Il sangue divino lavò le macchie del peccato originale, l'esilio eterno divenne momentaneo e l'uomo fu riammesso alla presenza di Dio.

 

Ma come è possibile credere che Dio abbia potuto perdonare un tale atroce crimine e abbia punito invece Adamo per l'audacia di mangiare una mela e accoppiarsi con Eva?» 

 

Il Padre Superiore appoggiò il quaderno sulla scrivania. Sembrava un genitore senza più la voglia di infuriarsi per l'ennesima marachella del figlio. Fra Stefano rimase in piedi, in attesa.

 

Fra Stefano, il giovane chierico lì in piedi, è mio zio Giuseppe, detto anche Peppino.

 

Non troverete da nessuna parte il suo libro perché è stato stampato da una piccola casa editrice per volere della compagna e regalato solo ad amici e parenti. Di zio Peppino, che morì quando avevo dieci anni, sapevo solo che era un professore, che era stato quasi un prete e che aveva fatto la comparsa in un vecchio film di cui nessuno ha mai sentito parlare.

 

Zio Peppino veniva spesso in paese insieme a quella che, per semplificare, mi avevano presentato come sua moglie e a un piccolo cane che entrambi chiamavano La Signorina Mimì. Quando la domenica, dopo la messa delle dieci, pranzavamo con lui a casa della madre, la mia bisnonna, mi faceva sempre lo stesso gioco mentre beveva il liquore da un bicchierino: prendeva una moneta e la chiudeva nel palmo della mano destra e poi strofinava il pugno sull'avambraccio sinistro. Io soffiavo sulla mano e, quando lui la riapriva, la moneta era scomparsa. Allora richiudeva la mano e mi invitava a soffiare di nuovo e la moneta ricompariva.

 

Il Padre Superiore tornò a leggere il quaderno di Fra Stefano con aria risoluta e decisa: 

 

«La religione cattolica è fondata su principi illogici ergo saranno tanto più pii e devoti coloro che faranno meno uso della logica ergo la Chiesa si serve della logica per difendere altri interessi ergo la Chiesa è uno strumento ben organizzato, come tanti altri, ad usum dei potenti, degli spregiudicati, delle caste, dei capitali, l'oppio dei popoli come è stato già detto. Le conclusioni sono infinite e resto inorridito al solo pensarle.»

 

Il Padre Superiore trovò altre due paginette in codice che non gli fu possibile interpretare. Erano, chiaramente, i testi di un volantino politico che avrebbe tentato, invano, di farsi leggere dallo stesso Fra Stefano prima di radiarlo dall'ordine.

 

Un infarto l'aveva ucciso senza lasciargli il tempo di terminare la sua storia così, La resurrezione di Lazzaro, il suo romanzo di formazione, la sua recherche impietosa e sincera di tutta una vita era rimasta, solo una bozza, una prima stesura.

 

 

PARTE PRIMA: TRADIZIONE

 

 

Il piccolo Stefano arrivò al ruscello in mezzo a una folla delirante. Quasi non vide i corpi falciati dalle mitragliatrici e straziati dalle bombe sganciate dagli aerei. Non era ancora cresciuto abbastanza per percepire l'assenza di vita. Lo colpiva solo tutto ciò che si muoveva: gli uomini in corsa, le mani delle donne strette sulla testa che si strappavano i capelli... che ne sapeva lui del sangue e della guerra?

 

Questo il contesto in cui vivono Stefano e Milena, i protagonisti della Resurrezione di Lazzaro. Dietro di loro un paese, una guerra e due famiglie onnipresenti composte da fratelli, sorelle, cugini e zii. Come ad esempio Marco, il proprietario di un piccolo, chiamiamolo così, impero economico costruito con fatica dopo la Seconda Guerra Mondiale.

 

Le attività dello zio Marco riguardavano l'edilizia, appalti pubblici e privati, roba lecita e illecita, secondo le circostanze. In un primo tempo fu aiutato dal fratello Claudio, che aveva una splendida bambina, Milena. Successivamente, anche la sorella Elena entrò con il marito a far parte dell'azienda. In breve tempo Elena divenne esperta in molti affari ma prendendo in mano le redini del carro relegò nell'ombra il marito Damiano.

 

Ecco dunque la famiglia di Milena: Claudio (il padre), Marco (lo zio), Elena (la zia) e Damiano (il marito succube di Elena).

 

Lasciamo ora gli adulti e andiamo a conoscere Milena: la troviamo a giocare con le amichette, la seguiamo mentre corre spensierata per i vicoli ed ora eccola lì, nell'azienda dello zio Marco che chiacchiera con Damiano, lo zio acquisito, a cui rivolge domande che preannunciano la tragedia.

 

«Cos'è l'amore zio?»

 

Qui l'autore, attraverso la voce di Damiano, esprime le sue idee sull'amore, la religione e l'educazione, anticipando il tema della resurrezione come crollo delle illusioni e presa di coscienza violenta e determinante da cui è impossibile tornare indietro. Probabilmente, a una prima lettura, il monologo risulterà troppo didascalico ma la sincerità delle intenzioni è senz'altro superiore allo stile espressivo:

 

Damiano rispose: «I giovani non sono stati ancora rinchiusi nelle fortezze, sono nati una sola volta, non sono mai rinati attraverso l'esperienza con un secondo parto. Non sono stati ancora costretti a difendersi dalle grinfie del prossimo, dai parenti, dagli amici, e non sono in grado di squarciare il mesto velo delle ipocrisie con cui si ricoprono le donne di chiesa e i prelati che, tutti ovattati come uova di Pasqua, impartiscono la benedizione quasi per scusarsi di non aver saputo portare, come sorpresa, l'amore di Dio e il benessere. Cara Milena, sappi che non tutti amano vivere beatamente. C'è chi ha un bisogno struggente di torturarsi fisicamente e moralmente. C'è chi si ficca volontariamente in situazioni complesse solo per avere la grande soddisfazione di uscirne vittorioso.»

 

Ovviamente il linguaggio premonitore di Damiano non viene compreso dalla giovane Milena, infatti:

 

«Non ho capito affatto» ribeccò Milena, «io volevo sapere da te solo qualcosa sull'amore.»

 

A questo punto si torna su Stefano, il ragazzino alterego dell'autore che aveva assistito al bombardamento. Sappiamo da subito che anche il suo, di futuro, è segnato.

 

Si sarebbe fatto prete ma, prima di dire messa, avrebbe giocato con un vero pallone in un grande campo sportivo, avrebbe conosciuto tante persone, visitato grandi città, sarebbe salito più volte sul treno con la speranza e il desiderio di non arrivare mai a destinazione.

 

Stefano è felice al pensiero di poter studiare e giocare ma non ha alcuna vocazione e, appena se ne rende conto, è troppo tardi: le valigie sono pronte e il treno ha già chiuso le porte. 

 

Il terrore del padre gli impedì di cambiare idea, di manifestarla, perché in fondo al cuore aveva già mandato tutto e tutti al diavolo, altro che prete.

 

Come mai Stefano è costretto a seguire una vita che altri hanno scelto al suo posto?

 

Un esaudiente excursus mette in luce i delicati equilibri familiari del Nostro con il padre, la madre, i fratelli e le sorelle che, una trentina di anni dopo, sarebbero diventati anche la mia famiglia.

 

Ecco la madre:

 

Era abituata a non porsi eccessivi problemi. In campagna lavorava come un uomo e guidava una famiglia amorfa, che solamente il rispetto innato per la terra e la religiosa fede per il focolare domestico tenevano unita.  

 

Era stata fidanzata con un giovane che un giorno, mentre maneggiava un fucile, lo puntò per scherzo contro di lei. Il colpo che accidentalmente partì le piombò la mano sinistra e rimase per molti giorni tra la vita e la morte. Fu rotto il fidanzamento che ormai aveva compromesso l'onore della ragazza e della famiglia e, qualche anno dopo, quando fu richiesta in moglie da un vedovo già padre di quattro figli, non ebbe scelta.

 

Da questa unione era nato Stefano e un'altra sorella. Come si intuirà, i rapporti non erano affatto semplici.

 

Come crebbero, i figli del primo matrimonio diedero non pochi grattacapi alla donna.

 

I parenti della madre defunta li aizzarono contro l'intrusa ma lei, già ben allenata a sopportare le dure fatiche dei campi, non si lasciò sorprendere da queste scaramucce psicologiche e, quando si presentò la possibilità di mandare a studiare dai preti il piccolo Stefano si compiacque ma, dopo la sua partenza, ne sentì subito la mancanza. Pretese che rientrasse in famiglia. Il marito si oppose. Lei ingoiò il rospo e non diede più requie: dissapori, discordie e litigi continui inasprirono la vita della famiglia e diventò tutto difficile, insanabile.

 

Questo invece è quanto emerge dal rapporto con la figura paterna:

 

Tirava a campare vivendo, se quello si chiamava vivere, di rendita su ciò che aveva ereditato dal padre che, poveretto, morì in modo atroce bevendo un'insetticida finito chissà come nel fiasco del vino.

 

Ma ci stiamo allontanando troppo.

 

Avevamo lasciato Stefano seduto sul treno. Lo ritroviamo inginocchiato in seminario.

 

«Bue», gli urlò un compagno.

 

Stefano, con uno scatto improvviso chiuse il pugno e lo colpì violentemente.

 

Il sorvegliante li punì entrambi mettendoli in ginocchio. Stefano ubbidì con rancore, con odio, ma non resistette molto in quella posizione. Si alzò con decisione precipitandosi dal direttore. Voleva andarsene al più presto possibile. Non aveva la vocazione per fare il prete. Fu irremovibile.

 

Stefano è di nuovo sul treno. Guarda il paesaggio scorrere nel verso giusto. Sta tornando a casa. Quando arriva davanti al portone, però, si vergogna di ciò che ha fatto.

 

«Spretato!», urlò la sorella.

 

PARTE SECONDA: SOFISMI 

 

È notte. Una di quelle notti invernali fredde e buie che solo chi ha vissuto in paese conosce. Dietro i vetri opachi delle finestre, lo scoppiettìo della legna e l'odore di vino rosso e castagne. Nella casa dove lo zio Marco vive con la famiglia al completo, Milena è sveglia nel suo letto e guarda il soffitto. Sta elaborando un piano. Sono mesi che lo perfeziona e questa, per una serie di circostanze favorevoli, sembra essere la notte giusta per attuarlo. Si sente come l'eroina del romanzo francese che ha appena finito di leggere e, proprio come lei, continua a ripetersi:

 

«Quando si ama tutto è lecito.»

 

Nella stessa notte di aria elettrica seguiamo il passo barcollante di Damiano che torna a casa pensando che è sempre stato una vittima della moglie e del fratello Marco, che nemmeno i figli ormai lo considerano un capofamiglia e che non ha più la felicità di quando era ragazzo. Avrebbe dovuto riscattarsi. Certo che doveva riscattarsi, ma domani perché adesso non sapeva nemmeno se ce l'avrebbe fatta a infilare la chiave nella serratura. Damiano sorride al pensiero di trovare la moglie al buio che lo aspetta per un ennesimo rimprovero quando la porta si apre, piano, scricchiolando, "come sospinta dal vento".

 

Milena era rimasta sveglia aspettando con ansia e batticuore quel momento. Lo zio Damiano era suo e doveva prenderselo, come il cuore e la fantasia le suggerivano.

 

Così avviene ciò che deve avvenire: prima con riluttanza, poi con imbarazzo, infine, con passione incontrollabile.

 

Non seppe e non volle resistere alle lusinghe lasciandosi sedurre con convincimento. Se non avesse bevuto tanto avrebbe potuto respingere quell'annientamento? Aveva le idee confuse. Qualcosa di selvaggio e di divino gli era penetrato nei sensi. Cadde nel buio dopo che Milena ebbe spento tutte le luci e si ritrovò sul letto trasportato dalla forza imperscrutabile degli eventi. Avrebbe voluto risvegliarsi, opporsi al destino in agguato, ma non lo fece. C'era un istinto che lo tratteneva inchiodato su quel letto avvinto, prigioniero.

 

Damiano comprende troppo tardi che la filosofia del carpe diem concede immediatamente felicità e appagamento ma, dopo, porta con sé sensi di colpa indicibili, frustrazione e il più cupo sconforto.

 

Rimasero a lungo con l'animo sospeso. Il minimo rumore li metteva in agitazione.

 

Nei giorni successivi, anche il nostro Stefano è alle prese con forti turbamenti interiori e con un piccolo mistero: la comparsa di uno strano uomo col cappello che ha visto passare sotto la sua finestra e che, a dire la verità, ha anche seguito. Vorrebbe chiedere chi sia alla sorella se la smettesse di tenergli il muso per essersi fatto cacciare dal seminario. Ma qualcosa distoglie l'attenzione di tutti. Riguarda Damiano.

 

Era stato trovato morto ai piedi di un albero. Pugnalato. Se ne parlava sottovoce, come se ognuno temesse di essere ascoltato.

 

Avviene tutto così velocemente e nessuno riesce a cogliere appieno la gravità degli eventi: prima Damiano, il marito di Elena, assassinato

 

poi

 

Claudio, il padre di Milena nonché fratello di Elena, arrestato con l'accusa di omicidio,

 

poi

 

il nonno di Milena reoconfesso

 

e poi ancora 

 

Claudio, di nuovo libero al bar, scuro in volto. 

 

Sono passati un paio di anni e Stefano è di nuovo in ginocchio in seminario dove sperimenta sconvolgenti rivelazioni che gli fanno rimettere in discussione le certezze acquisite. Di nuovo.

 

Quando Padre Lorenzo, durante il corso di filosofia, dimostrò la falsità storica del marxismo Fra Stefano si convinse invece che Marx aveva scritto delle grandi verità.

 

Fra Stefano ama chiudersi nella sua stanza a leggere e, di nascosto, inizia a scrivere su un quaderno le sue riflessioni.

 

Sulla prima pagina, ben al centro, scrisse: "La resurrezione di Lazzaro". Più che il suo diario sarebbe diventato il romanzo della sua vita. 

 

Sebbene pieno di dubbi teoretici e assetato di conoscenza, Fra Stefano è anche un adolescente attratto da pulsioni tutt'altro che spirituali. Nulla, però, viene esplicitato qui del rapporto di "amicizia" con una matura e devota turista.

 

Però,

 

nel capoverso successivo,

 

lo ritroviamo di nuovo in paese. E sappiamo che stavolta non tornerà indietro. Mai più.

 

Non è difficile, a questo punto, comprendere i motivi che abbiano spinto Fra Stefano a rifiutare definitivamente la vita ecclesiastica, anche se non sapremo mai se sia stato più lo studio della filosofia o l'amore a incidere maggiormente sulle sue scelte. Quel quaderno poi, finito chissà come nelle mani del Padre Superiore che l'aveva convocato d'urgenza nel suo ufficio, non lasciava sperare in niente di buono.

 

«Che il vecchio Padre Superiore fosse riuscito a decifrare anche l'invettiva contro la Chiesa scritta di getto e mostrata ai confratelli il giorno prima?»

 

Qualunque fosse stata la goccia, una cosa era certa: era di nuovo a casa.

 

Arrivato in paese Stefano riprende gli studi e si dedica alla lotta politica. Conosce Marino, un militante duro-e-puro con il quale instaura un rapporto filiale. I viaggi in città e le innumerevoli chiacchiere su quali ricette seguire per fare La Rivoluzione e salvare il mondo infervorano l'animo idealista del Nostro tanto quanto la vista di un'incantevole donna con una bambina che appare e scompare per i vicoli del paese.

 

La donna è la compagna di Marino e, colpo di scena, altri non è che Milena, la ragazza che tanti lutti addusse agli zii nella prima parte del romanzo.

 

La loro storia inizia come iniziano tutte le storie.

 

Alla bambina, invece, non viene data molta importanza. Non sappiamo, ad esempio, se sia il frutto dell'amore incestuoso di Milena con lo zio Damiano del capitolo precedente oppure la figlia legittima di Marino.

 

In ogni caso,

 

Stefano e Milena si incontrano clandestinamente nella città vicina. Passeggiano, chiacchierano, vedono film e monumenti. Spinto da un'irrefrenabile e fanciullesca mitomania il nostro svela alla donna di essere l'autore del manifesto anticlericale affisso sul portone della chiesa del paese.

 

«Quelle idee mi costarono l'espulsione dal seminario...»

 

Certo, il manifesto non avrebbe spostato il baricentro della lotta politica internazionale di un millimetro, né sarebbe stato utile alla Causa, qualunque essa fosse. Ma nonostante ciò, più di qualcuno ne era rimasto talmente scandalizzato che il maresciallo aveva ricevuto ordine di ristabilire la pubblica quiete scovandone gli autori.

 

Ecco cosa c'era scritto sul manifesto:

 

Chi autorizza la Chiesa a plagiare intere generazioni di minorenni?

Quali leggi tutelano l'infanzia abbandonata nelle grinfie di gente assetata di sadismo che non conosce sentimenti genuini e che plasma le giovani menti secondo interessi che sono in contrasto con i principi più elementari della Costituzione?

Se lo Stato reclutasse bambini per farne dei colonnelli non sarebbe un fatto assurdo, mostruoso?

 

Per finire con:

 

Cristo cominciò a predicare a 33 anni e non visse in nessun convento per diventare Cristo.

 

Dopo l'episodio del manifesto c'è un salto spazio-temporale che lascerebbe intendere un presunto sviluppo della storia d'amore tra Stefano e Milena nel corso degli anni successivi. 

 

PARTE TERZA: RICERCA 

 

Ma non è così.

 

Ci ritroviamo, invece, sul divano di un modesto appartamento di città. Uno di quelli con le luci basse, il televisore sempre acceso e un telefono pronto a squillare. É l'appartamento di Stefano, il Professor Stefano. E di sua moglie.

 

«Rispondi tu?»

«No, rispondi tu.»

 

E diventato un uomo dalla corporatura robusta, quasi calvo, con spessi occhiali neri.

 

«Sì?»

«Milena. Un incidente.»

«Chi era?»

«...»

«Chi era?»

«Nessuno.»

 

L'evento scatena nel protagonista un'analisi approfondita da cui emerge un bilancio di vita devastante. L'autore qui non sfugge a se stesso: ha sposato la donna sbagliata perdendo Milena - “l'unica che avesse mai veramente amato” - prima per scelta e, ora, definitivamente, per destino. Per non parlare del fatto che si è ugualmente (e colpevolmente) adagiato in un contesto sociale che non gli è mai appartenuto pienamente e ha permesso agli anni di passare senza alcun particolare entusiasmo, restando seduto sullo stesso divano a leggere le cronache nere e le recensioni dei film che non sarebbe mai più andato a vedere. Possibile?

 

«Sì, possibile.»

 

Dopo tutti gli impeti giovanili? Dopo tutte le pulsioni amorose, i rischi corsi per affermare le proprie, diciamolo pure, "idee coraggiose"?

 

«Sì, possibile.»

 

Finché, un giorno come un altro, il professor Stefano viene convocato dal Preside. È stato scelto per rappresentare l'istituto in cui da anni insegna Lettere a un convegno in una gelida città nordica. È già sul treno quando nel suo vagone entra una giovane professoressa. I lineamenti sono familiari. Molto familiari. 

 

«Lei.»

 

Stefano è disorientato.

 

Sembra Milena.

 

«Non è possibile.»

 

E invece sì.

 

O meglio,

 

la giovane donna è la figlia di Milena, anch'essa insegnante e, al tempo stesso, rappresentante scolastica in viaggio verso il comune convegno socio trattino didattico. Ma dove era stata in tutti questi anni? Dai suoi racconti sembrava non avesse fatto altro che seguire la vita di quel professore calvo con gli occhiali a cui la madre era stata un tempo tanto legata. Non solo, la ragazza ha con se il diario della madre.

 

“Sono tua. Ora sono in me e vivo per te.

Ti porgo la mia bocca e le mie guance.

Ti offro, se lo vorrai, il mio corpo: me stessa.”

 

Sì, Milena lo aveva sempre amato e lui non aveva capito nulla.

 

«Nulla.»

 

Stefano continua a sfogliare il diario.

 

«Caro diario, non è stato il nonno a uccidere Damiano. Ora ho le prove. È stato lo zio Marco.»

 

Marco. Lo zio Marco.

 

Stefano ha un mancamento. 

 

In un flashback rivediamo il piccolo Stefano: "Bue", “Spretato”, Damiano morto sotto un ulivo, l'uomo misterioso col cappello inseguito per le vie del paese, “Marco”“Lo zio Marco”.

 

Aveva assistito all'omicidio di Damiano. Ma certo. Finalmente ricordava. Lui era lì quando lo zio Marco aveva accoltellato Damiano. Aveva visto tutto. La carne che si era aperta e il sangue che era schizzato sul tronco, sulle foglie, a terra. Ora ricordava nitidamente.

 

«Ora ho le prove. È stato lo zio Marco.»

 

PARTE QUARTA: RESURREZIONE

 

Stefano e la figlia di Milena sono, ovviamente, fatti l'uno per l'altra anzi, sono l'una la "resurrezione" dell'altro e, a loro, bastano pochi giorni per scoprirlo.

 

«Come posso non amarti?»

 

E il loro, ovviamente, è un amore che ripropone, a distanza di anni, gli stessi dubbi etici e la stessa, mostruosa, ombra di incesto che già provarono Damiano e Milena con l'unica differenza che ora, i due "risorti" sembrano, finalmente, essere in grado di "restare con i piedi ben saldi per terra e di volare in alto con i cuori".

 

Seguiamo, allora, i nostri due insoliti esistenzialisti mentre volteggiano per le strade di una fredda città sconosciuta sbraitando invettive surreali prima di abbandonarsi in una stanza d'albergo.

 

«Non figliate.»

«Un'altra, Stefano, un'altra.»

«Non figliate, proletarie.»

«Ancora, Stefano, ancora.»

«Discutete con Dio.»

«Ancora, ancora.»

«Toglietelo dal cielo.»

«Continua, continua.»

«Fategli conoscere la morte.»

«Stai bestemmiando o sei sereno?»

«Credi?»

«A cosa?»

«Alla disgiuntiva?»

«No, Stefano, non ci credo.»

«L'abitudine.»

«Faremo la rivoluzione?»

«Sì.»

«Allora mi farai partorire?»

«Vedremo.»

 

Eccolo lì il nostro Stefano mentre declama battute come fosse il protagonista di un'opera di Beckett, una di quelle dove i personaggi, indipendentemente dalla loro volontà, si trovano obbligati a risorgere. Per l'ennesima volta. Di nuovo vivi. Cinici e disillusi ma, nonostante tutto, vivi.

 

«Conclusione?»

«Diluvio parziale.»

 

FINE?

 

«Questa è filosofia, mia cara. Ci vorrà un commento, bisognerà spiegare, nascerà La Critica Della Ragion Pura, della Ragion Pratica. Continueranno a stampare sulle nostre schiene nude, imbratteranno le carte di verbalismi. Ragioni stilistiche, l'estetica dell'estetica. L'arte. D'Annunzio, Carducci, il Natale, la Pentecoste, La Gerusalemme liberata, La Resurrezione di Lazzaro...»

«Affermazioni gratuite Stefano, gratuite.»

«Infatti non si pagano.»

«Amore mio.»

«Pagare, pagare.»

«Sì Stefano, pagherò. Pagherò. Troppa gloria questa sera, bisognerà pagarla a qualcuno o ci processeranno per appropriazione indebita.»

«Stai vaneggiando amore?»

«Io non dormo, Tu non dormi, Noi non dormiamo. Essi dormono.»

 

L'idea che mi sono fatto, alla fine del libro, è che tutti abbiamo diritto almeno a una resurrezione, anche se servisse solo a scoprire che, una volta risorti, la vita non è affatto libera e felice come ce l'eravamo immaginata ma questa è un'interpretazione del tutto personale che non rispecchia necessariamente il pensiero dell'autore, né il pensiero di Stefano, o quello di Damiano, due età dello stesso dramma, due volti dello stesso uomo.

 

FINE

 

Anche se il mondo ti crollerà addosso tutto insieme tu resterai in piedi a guardare le stelle, e magari prenderai una sigaretta dalla tasca, l'accenderai dalla parte sbagliata e farai appena in tempo a destarti vedendo la fiammella del cerino che annerisce la punta gialla del filtro. Allora ti guarderai cautamente intorno con occhi spaventati perché penserai di essere scrutato da qualcuno che ti conosce, e ti sentirai rassicurato solamente quando ti renderai conto che nessuno si è accorto di te e della tua sigaretta annerita sul filtro, e guarderai persone che non avresti nemmeno notato se solo la fiammella del cerino non avesse... e così passerai tu, e così passerà la storia, e l'eternità del tempo: Stefano, Milena, Damiano,

 

filtro

 

cerino

 

sigaretta

 

minuscole figure geometriche di spazi cosmici, flebili voci dell'infinito.

 

FINE

 

 

--

 

© Diego Altobelli 2010 | www.revolutionine.com

 

Raccontino rilasciato sotto licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 Italy (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it) 


· Comment · Share