4. L'UMIDO

by Revolutionine on Saturday, September 18, 2010 at 4:01am ·

 "L'amore mio non può dissolversi con l'oro dei capelli,

finch'io vivo sarà vivo in me, solo per te."

(Ma l'amore no, Natalino Otto, 1943)

 

 

«Ma chi, la moglie dell'avvocato?»

«È stata la signora Cardini, quella dell'attico. Prima l'ha sentita urlare e si è affacciata. Poi l'ha visto. Un uomo. Usciva a passo svelto. Non era l'avvocato.»

«Uno scandalo così, nel nostro palazzo.»

«Queste donne di oggi, signora Dionisi, non hanno idea di cosa vuol dire avere una famiglia.»

«Ha proprio ragione signora De Santis. Sembrava tanto discreta.»

 

Ecco fatto.

 

La notizia si diffonderà in una mattinata e io mi godrò tutto lo spettacolo senza muovermi. Continuerò a spazzare le scale del palazzo per un'altra mezz'oretta. Poi innaffierò l'agave all'ingresso del portone e la begonia appesa fuori vicino alla buca delle lettere, quella per la pubblicità. È stata una mia idea metterla lì. Ora che è piena di fiori rosa dona un tocco di eleganza a tutta la palazzina. Poi spazzerò la strada e andrò a buttare l'immondizia. Oggi è giovedì: plastica, vetro e umido.

 

«Bisognerebbe sceglierli attentamente i condomini signora De Santis.»

«Giusto signora Dionisi.»

«Questo è un palazzo tranquillo.»

«E pulito. E chi vuole viverci deve ricordarselo.»

«Ne parlerò all'amministratore. Questa storia non finisce qui.»

«Arrivederci signora Dionisi.»

 

La signora Dionisi ha settant'anni ma da come cammina sembra che ne abbia centoventi. Prima o poi la ritroveranno a vagabondare di notte in stato confusionale, curva, con la busta della spesa in mano. Però che mente. Si ricorda tutto.

 

«Signora De Santis?»

«Dica signora Dionisi.»

«Ha mica visto quei gattini?»

«No signora Dionisi.»

«Che peccato. Avevo preso le scatolette al manzo.»

 

Prendo in mano il tubo dell'acqua e spazzo le impurità davanti al cancelletto.

 

Le sta bene a quella puttana della moglie dell'avvocato. Quante volte gliel'avrò detto: «Signora, le foglie secche delle sue ordalie finiscono tutte sul mio terrazzino, per non parlare della buganville» ma lei niente, non ha mai fatto niente. Si scusava, certo, ma poi non faceva niente. Mi guardava con quell'aria, come per dire «Non dipende mica da me».

 

«Certo che dipende da lei» avrei voluto risponderle. Se una non ha tempo di curarle non le compra tutte quelle piante. Passi per il basilico, passi per i peperoncini che piacciono all'avvocato, e questo lo so perché una volta me l'ha detto lui di persona, ma il resto? «Ma lo sa quanta fatica ci vuole per far crescere una pianta caralamiasignora?». Le piante hanno bisogno di cure quotidiane. Bisogna parlarci anche con le piante. È normale. E se una non ha nemmeno il tempo di parlare col marito, come si può pretendere che parli con una buganville? Alle piante bisogna prestare attenzione, sennò finisce che si seccano e poi le foglie volano sul terrazzino della vicina, cioè nel mio.

 

La signora Dionisi è all'angolo della strada, vicino alla scuola. Sta parlando con la Signora Morra. La vedova del maresciallo. Con la signora Morra non c'è pericolo che la notizia non si diffonda in poche ore. Adesso non ci saranno più problemi. Tempo un mese l'avvocato e la puttenella saranno costretti a cambiare casa, o a divorziare. In entrambi i casi dovranno vendere l'appartamento e quelle maledette foglie secche non cadranno più da me.

 

«Signora De Santis mi aiuta?»

«Chiaretta, quante volte te l'ho detto? Non si scende per le scale con i pattini.»

«Signora De Santis, dove sono i gattini?»

«Oggi non li ho visti.»

«Li vado a cercare che mi sono portata una pastarella.»

«Le pastarelle fanno male ai gatti Chiaretta.»

«Allora la pastarella la mangio io ma non lo dica a mamma.»

«Vai a mangiarla dall'altro lato della strada però che qui sbricioli tutto e io ho appena pulito.»

«Sì, signora De Santis.»

«E non buttare a terra la carta.»

 

Mio marito dice che sono ossessionata dalla pulizia. Una volta mi ha anche costretta a parlare con un medico per questo fatto.

«Perché uno dovrebbe andare dal medico se ci tiene all'igiene?», gli ho detto io.

 

Infatti.

 

Alla fine ci sono andata. Ma solo per accontentarlo. E volete sapere com'è finita? Ogni volta che ero dal dottore non riuscivo a stare seduta e così gli pulivo la scrivania. «Ma, dico io, una persona tanto a modo come lei Dottore, con una scrivania così impolverata! E guardi le finestre in che stato sono. Lei non lo sa fin dove possono nascondersi gli acari.»

 

Secondo mio marito il problema della pulizia è venuto fuori quando sono andata in pensione. Non che prima non ci fosse, solo che ero più impegnata e non avevo tempo per mettermi a pulire come avrei voluto. Finito di lavorare, invece, avevo a disposizione tutta la giornata. Ho spolverato ovunque si potesse spolverare, cambiato la carta da parati, pulito tutte le pentole, tirato a lucido i piatti e le posate del servizio buono, strofinato i termosifoni e lucidato i mobili e le porte, compreso il portone d'ingresso. Mio marito dice che mi comporto così anche un po' per colpa di Carletto che, lavorando all'estero e non avendo ancora una ragazza, non ci da un nipotino. Ma io un nipotino in giro per casa non so se ce lo vorrei. Mani sporche, pennarelli, pannolini, cassetti aperti e segni ovunque. No, proprio no.

 

Mio marito è convinto di avere ragione, dice sempre che rendo la casa invivibile e che lui non si sente libero nemmeno di far cadere una mollica per terra o di camminare scalzo. «Perché? Quando mai hai camminato scalzo?» gli dico io.

 

Piano piano però ho capito, e le cose si stanno aggiustando.

 

Il fatto è che ci tengo alla pulizia e odio la sporcizia, il disordine, la polvere. Adesso la mattina alle nove ho già pulito tutta casa così esco sul pianerottolo e pulisco le scale e l'ingresso fino al cancelletto e dopo sciacquo lì di fronte con il tubo dell'acqua. Poi controllo com'è la situazione sulla strada ché la notte i ragazzi lasciano sempre a terra qualche bottiglia di birra. Diciamo che arrivo fino ai secchi dell'immondizia. Non potete immaginare quante persone li usano in maniera sbagliata. E allora, visto che ci sono, li apro e do una sistemata.

 

«È difficile», dico, «è tanto difficile capire che nei recipienti celesti ci va solo il vetro, la plastica e le lattine e in quelli marroni l'organico?» A quanto pare sì.

 

L'altra sera, mentre stavo sistemando una scatola piena di giornali vecchi appoggiata a terra, uno si presenta con una busta del supermercato e butta tutto nel secchio verde dell'indifferenziato. «Giovanotto?», gli faccio, «ma lo sa che la plastica va divisa dall'umido?» Quello per tutta risposta fa un salto: «Signora? Mi ha spaventato!» Così prendo la sua busta, la apro, e gli faccio vedere come si fa.

 

Santa pazienza.

 

Se tutti stessero attenti a queste cose vivremmo in un quartiere più pulito. Se tutti pulissero la strada di fronte casa, tutta la città sarebbe più pulita. Non mi sembra una cosa dell'altro mondo. E invece qui nessuno sta attento. Chiamano addirittura una ditta delle pulizie: in pratica due rumene che in una sola notte lavano i palazzi della strada. Una volta sono rimasta sveglia apposta per controllarle. Beh, non ci crederete ma non cambiano nemmeno l'acqua nei secchi. Per questo ogni mattina do una sciacquata. Voi ci vivreste in una casa con le scale sporche?

 

Nemmeno io.

 

Dovreste vedere poi che personaggi sono quelli del mio palazzo. Non che uno non possa avere le proprie fissazioni, s'intende, anch'io ne ho, ma certe volte mi sembra di vivere con gente totalmente matta. Se dovesse succedere qualcosa – e prima o poi vedrete che qualcosa succederà – io non dirò ai giornalisti «Era una brava persona, tanto tranquilla, chi poteva immaginarlo» no, quant'è vero Iddio, io dirò la verità sui miei vicini: «Erano matti.»

 

Prendete ad esempio l'avvocato del secondo piano. Un bell'uomo. Elegante. Beh, una sera mentre spostavo da un secchio all'altro la busta dei suoi rifiuti che scopro? Che riceve lettere d'amore. Da uno del suo ufficio. Un uomo capito? Roba da matti. Il marito della Cardini, invece, dice sempre che è a dieta e che non può mangiare ma non c'è sera che non butta confezioni di wurstel, scatole di fagioli, pancetta, burro, uova. E si lamenta del colesterolo. «Mah», dico io.  Poi c'è il professore. Terzo piano. Uscendo dall'ascensore a sinistra. Vive con la compagna e la figlia piccola. Oggi non ci si sposa più. Si vive con la compagna. Mi chiedo come crescerà quella creatura una volta che scoprirà che i genitori non si sono sposati con tutti i sacramenti. Insomma, l'altra notte non riuscivo a dormire così sono scesa giù in garage a sistemare quelle vecchie bottiglie quando vedo il professore che entra in auto con una valigia, mette in moto e va via. Da solo, in piena notte. E da allora nessuno l'ha più visto.

 

«Buongiorno signora Laura dove va di bello?»

«Signora De Santis, non l'avevo vista. Porto la bambina dalla nonna.»

«Non si preoccupi. Il professore tornerà, lei è così bella.»

«Grazie.»

«Lei è come me quando ero giovane lo sa?»

«Sì, siamo entrambe bionde.»

«Già, e dica, il professore, le ha mai detto che assomiglia a Jane Harlow?»

«A chi?»

«Jane Harlow.»

«No.»

 

Mio marito, quando ero giovane, diceva che ero la sua donna di platino perché ero bionda e formosa come Jean Harlow. E aveva ragione. Lo so perché gli uomini mi hanno sempre guardata con quello sguardo... ci siamo capiti no? Non che io abbia mai incoraggiato nessuno, si capisce. Ma il mio corpo parlava al posto mio e oggi posso dirlo: ero incredibilmente contenta di tutte quelle attenzioni. E qualche volta magari avrò anche fatto un po' la civetta. Ma niente di più. A guardare queste ragazzine di oggi certe volte mi sento una stupida a non aver approfittato di alcune situazioni. Avrei tanto voluto avere una storia di passione, magari un'avventura di una notte a Madera "in un sogno di nostalgia", come diceva quella canzone. Ma la vita va così e ci si deve accontentare. Quelli erano altri tempi. Oggi è diverso. D'altra parte, nessuna di queste squinzie con i fianchi larghi e i pantaloni calati assomiglia a Jean Harlow. Ci scommetto che non sanno nemmeno chi era Jean Harlow. La donna più bella di Hollywood. Talmente bella che anche Marilyn Monroe una volta disse che avrebbe voluto assomigliarle.

 

Jean Harlow.

 

C'ho messo trent'anni di matrimonio per scoprire che quello non era un complimento.

 

Una notte di tre o quattro anni fa vedevo la tv perché non riuscivo a dormire. E' stato allora che ho visto La donna di platino, proprio il film con Jean Harlow. Da sempre lui mi chiamava la donna di platino, la ragazza di platino, la signora di platino e cose così, e io non avevo mai visto il film.

 

Lo so, è incredibile.

 

E nel film Jean Harlow è una bellissima ragazza ricca che fa perdere la testa a un giornalista. Lui, il giornalista, mano a mano che va avanti la storia, ottiene il suo amore ma lo paga a caro prezzo: perde la libertà, è costretto a cambiare amici, abitudini, addirittura vestiti. Insomma un inferno. Anzi, come dice lui, nella casa di Jean Harlow si sente "come un uccello in una gabbia dorata."

 

Un uccello in una gabbia dorata.

 

Mi sembrava eccessivo.

 

Cosa si poteva rimproverare a Jane Harlow? Di voler far vivere bene il suo amato e di avergli dato una casa grande e pulita? Abiti eleganti e nuovi amici di classe? Il giornalista decide di tornare alla sua vita di prima e ai suoi vecchi amici ubriaconi e scopre, ma guarda un po', che in realtà ha sempre amato la sua collega di lavoro. Una semplice, succube, mansueta, donnetta vergognosa. Per giunta bruna. Una ragazza graziosa, certo, ma Signori, stiamo parlando di Jane Harlow dall'altra parte: giovane, bella e ricca. Magari mio marito rimpiangeva qualcosa e io non me ne ero mai accorta.

 

Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli della storia della ragazza di platino però, da quella sera, la sera del film, tutto è cambiato. Posso dire che da quel momento in poi c'è stata una rottura, uno spacco e, anche se ora me ne vergogno, per un periodo ho desiderato anche che morisse.

 

«Come», mi dicevo, «io che avevo rinunciato a decine di uomini che cadevano ai miei piedi e lui che invece sognava un'altra.»

 

Un uccello in una gabbia dorata.

 

Pensai a un incidente. Sonniferi. Prese della corrente. La radiolina dentro la vasca.

 

Un giorno lessi che nel frigorifero di una donna avevano trovano un cadavere. Nudo. Era lì da mesi. Passai diverse notti a fantasticare. Avrei potuto farlo anch'io. Certo. Avevo già pronte diverse storie da raccontare ai vicini ma poi, in un modo o nell'altro, avrei dovuto liberarmene altrimenti avrei fatto la fine di quella tipa. Perché quella l'avevano presa solo perché non era riuscita a liberarsene, era ovvio. Io avevo pensato anche a quello. L'avrei fatto uscire di casa, pezzetto per pezzetto, ogni mattina, tra le sei meno un quarto e le sei, due minuti prima che il camion dell'umido passasse a ritirare i rifiuti organici. Giorno dopo giorno me ne sarei liberata e non l'avrebbe saputo nessuno. Vi dico una cosa: volendo, avrei continuato a riscuotere la sua pensione per un anno, forse due, e poi l'avrei fatto dichiarare disperso o come si dice.

 

«Commissario, sono sicura che gli è successo qualcosa. Non è mai stato fuori per così tanto tempo. Ha detto che andava a pescare e poi non l'ho più visto. Sì, negli ultimi mesi era spesso all'estero per questo i vicini non lo vedevano mai. Noi abbiamo anche un figlio all'estero, lo sa?»

 

Non l'avrei mai fatto, ma il solo pensiero mi confortava.

 

Quella storia di Jean Harlow mi aveva proprio sconvolta non c'è che dire ma poi è passato un po' di tempo e non ci ho pensato più.

 

«Stupido maligno approfittatore ingrato. Vai dalla tua puttanella bruna senza fascino che Jean Harlow ne troverà decine di uomini meglio di te Chiaretta? Ti sento. Stai scendendo di nuovo con i pattini. Se vedo tracce lo dico a tua madre.»

 «Scusi signora De Santis. Li tolgo.»

«Sei piena di briciole, hai di nuovo mangiato per le scale vero?»

«No signora De Santis. Voglio portare la pastarella ai gattini.»

 

Questa bambina sta diventando veramente insopportabile. Dovrò parlare con la madre. Mi striscia le scale con quei maledetti pattini e in più sbriciola ovunque. Se non si prendono provvedimenti, una del genere, fra una decina d'anni, ma che dico, anche prima, comincerà a fare avanti e indietro con chissà quanti ragazzi. Lo so come vanno queste cose. I genitori usciranno il sabato sera e lei inviterà a casa un ragazzo, e poi un altro, e poi un altro. Ogni sabato uno diverso. Vorrei tanto sbarazzarmene ma con lei non sarebbe per niente semplice. Figurati quel tipino della madre quanto sarebbe petulante. Sarebbe capace di smuovere anche l'esercito. Sai però che divertimento, con la casa piena di poliziotti, salutarla facendomi vedere tutta affranta e preoccupata, di mattina presto, mentre vado a buttare il sacchetto dell'umido con dentro, giorno dopo giorno, la sua piccola?

 

«Signora De Santis buongiorno, che fa? Parla con la begonia?»

«Certo signora Dionisi. Guardi quant'è bella.»

«Mi ha chiamato l'amministratore. Dice che oggi vengono due a vedere l'appartamento dell'avvocato. Che dio ce la mandi buona.»

«Si sono lasciati?»

«Ah non lo so. Quello che fanno non mi interessa, l'importante è che hanno finito di infangare il buon nome del nostro condominio.»

«E chi sono questi nuovi?»

«Lei insegna nella scuola qui dietro e lui è uno che lavora nella pubblicità ma non sono ancora sposati quindi passerà qualche mese prima che si trasferiscano.»

«Glielo dirò subito signora Dionisi, glielo dirò che qui siamo gente tranquilla e che ci teniamo alla pulizia.»

«Ho chiesto anche alla signora Cardini ma nemmeno lei ha più visto quei gatti. Dice che gli portava sempre il latte ma che non ritrovava mai il piatto di plastica.»

«Devono essere stati quei ragazzi che di notte lasciano le bottiglie per strada.»

«Avevo comprato le scatolette, che peccato.»

«Sa che le dico signora Dionisi? Peggio per loro. Se la ricorda lei quella canzone che diceva latte e vin non ti mancavan l'insalata era nell'orto e una casa avevi tu?»

«Come no.»

«Anche quel gatto se n'era andato, visto? Aveva tutto e se n'era andato lo stesso.»

«Non se n'era mica andato.»

«Magari anche lui viveva in una gabbia dorata.»

«Era morto.»

 

Tanto per dire, c'era questa gatta randagia che aveva fatto quattro cuccioli, un paio di settimane fa. Tutti che passavano e dicevano «che bei gattini, che bei gattini». La Cardini la sera gli portava latte e sottilette in un piatto di plastica e nessuno però si è mai preoccupato dello sporco e delle pulci e indovinate chi si prendeva cura della loro pulizia?

 

Esatto.

 

Tutti coccolavano questi gattini e, in una settimana, nonostante pulissi ogni santo giorno, l'ingresso del palazzo era diventato un porcile. Di notte arrivavano pure i cani randagi a rovistare tra gli avanzi e chi scendeva con la scopa in mano, di corsa, a cacciare quelle bestiacce?

 

Adesso, ogni mattina, tutti mi chiedono che fine abbiano fatto i gattini come se fosse normale che io lo sappia. «Non lo so», «saranno qui intorno signora Dionisi», «vedrai Chiaretta, vedrai che uno di questi giorni torneranno.» In realtà io lo so benissimo che non torneranno. Mai più. Il camioncino della raccolta dell'umido passa tutte le mattine tra le cinque e mezza e le sei meno un quarto, prende il contenuto del secchio marrone, solo quello, e poi riparte subito. Mica è come quello della plastica e del vetro che passa solo due volte la settimana. E poi, una volta uscito dalla traversa, non lo so mica dove va. Non me lo sono mai chiesto.

 

FINE

 

 

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© Diego Altobelli 2010 | www.revolutionine.com

 

Raccontino rilasciato sotto licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 Italy (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it) 


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