3. A.P.E.

by Revolutionine on Saturday, October 9, 2010 at 6:22am ·

“Novocaina per l'anima,

prima che sprizzi fuori.”

(Novocaine for the soul, 1996, Eels)

 

 

La città mi aveva fatto diventare troppo nervoso. Da sei mesi mi sentivo esaurito da una vita che mi si era appiccicata addosso come un costume umido dopo l'ultimo bagno dell'estate. Se non fosse stato per Clara forse nemmeno ce l'avrei fatta a tirarmi fuori da quella situazione. È lei che mi ha convinto a tornare in paese, a rimettere a posto la vecchia casa e a lasciare l'azienda dove lavoravamo entrambi, lei come marketing analyst e io come ingegnere informatico. Quanto è strana la vita: ho passato i miei primi vent'anni a desiderare di fuggire dal paese e ora, eccomi qua con una laurea, una figlia e una carriera avviata che torno a casa per evitare di impazzire.

 

De Marchis, l'ingegnere elettronico con cui condividevo l'ufficio e un grosso progetto di ricerca sull'ideazione di nuovi sistemi di riproduzione audiovisiva, è sempre stato un ipocondriaco da manuale.

 

«Non sono ipocondriaco», dice lui, «sono solo preoccupato».

 

Quando l'ho conosciuto credeva di avere la sclerosi multipla a causa di alcuni tremolii notturni. Da allora ha scovato una ventina di malattie rare riuscendo a convincere i medici a sottoporlo ad analisi e accertamenti lunghi ed estenuanti. De Marchis è un professionista nel campo delle ricerche mediche autoallarmanti e nessuno sospetterebbe che, sintomi alla mano, non è mai infetto dai mali incurabili che crede di avere. Sarà per questo che, da sempre, vive in attesa di risultati.

 

Ecco, quella di De Marchis è ipocondria e non mi meraviglierei se un giorno mi giurasse di avere l'ebola o chessò io, la gotta.

Nel mio caso, invece, la questione era diversa.

 

Io, una mattina, mi sono svegliato con qualcosa in gola. All'inizio ho pensato fosse un pelo, o un capello, e ho sopportato il fastidio. Poi mi sono fatto visitare ma il dottore mi ha detto che non c'era niente. La "cosa" in gola a volte mi toglieva il respiro e mi causava degli attacchi di panico a cui non ero abituato e che mi rendevano la vita un inferno. Sapete come funzionano gli attacchi di panico no? Il guaio non è il panico in sé ma l'attesa.

 

Dopo due settimane avevo paura di prendere la metro e gli autobus, di entrare in un ristorante o di andare al cinema. La paura di morire asfissiato -  completamente irrazionale s'intende - si era impossessata di me. Lastre e analisi di tutti i tipi confermavano che ero pazzo perché nella mia gola non c'era niente di niente.

 

Mi sentivo imprigionato ovunque, non solo sui mezzi pubblici ma anche per strada, e in ufficio il respiro spesso si faceva affannoso. Agorafobia e claustrofobia si manifestavano all'unisono in una fastidiosa serie di colpetti di tosse volti a espellere il pelo inesistente che tanto mi dava fastidio.

 

Provai di tutto prima di farmi convincere da Clara a tornare in paese: due otorinolaringoiatri, medicina tradizionale e non tradizionale, una terapista che ha solo solidificato le mie considerazioni sull'inutilità della psicanalisi e quasi tutti i consigli di De Marchis:

 

«Felden Krais. Minimo cinque ore ma mi raccomando: insegnate diplomato a Parigi.»

 

Pensando che fosse da tenere in considerazione ormai qualsiasi cosa che mi distraesse da quel maledetto pelo in gola, Clara mi cercò un centro dove praticavano Il Metodo Felden. Sul sito c'era scritto che l'istruttore era francese. Andai. Gli spiegai il mio problema di respirazione e i relativi attacchi di panico dovuti alla presenza, forse, di un capello nella laringe. Il tizio mi ascoltò attentamente e poi mi fece sdraiare a terra con un calzino arrotolato sullo stomaco. Mi chiese di concentrarmi e di fare dei piccoli movimenti. Mi addormentai. La Felden mi rilassò molto ma non fece diminuire i miei attacchi di panico e fu un vero peccato perché mi piaceva sdraiarmi su quel tappeto caldo con il calzino. Dormivo meglio lì che a casa.

 

Le cose intanto continuavano a peggiorare: diventai scontroso, irascibile e, come se non bastasse, iniziai a commettere errori grossolani nella progettazione dei sistemi che io stesso avevo ideato. Se non ci fosse stato De Marchis tutta la mia fama sarebbe andata a farsi benedire. Non smetterò mai di ringraziarlo per questo.

 

Poi un giorno ci fu la goccia: ora me ne vergogno ma in quel momento mi sembrò l'unica cosa saggia da fare.

 

Cosa era successo?

 

Nulla di irrimediabile: avevo solo smesso di essere indipendente. Avevo chiamato Clara perché non ce la facevo a tornare a casa da solo. Non so perché ma mi ero bloccato alla solita fermata del bus. Continuavo a vedermeli sfrecciare davanti strabordanti di persone con l'illusione che, prima o poi, ne sarebbe passato uno totalmente vuoto solo per me. Quando Clara arrivò ero ancora lì e, mi disse in seguito: «Avevi uno sguardo da invasato».

 

Comunque, avevo superato il limite e ne ero pienamente consapevole.

 

Passammo la notte seduti in cucina a decidere cosa fare del nostro futuro prima che impazzissi completamente.

«Devi curarti.»

«Non ho nessun pelo in gola che mi impedisce di respirare.»

«Appunto.»

«Pensi che sia pazzo?»

«Penso che ti debba riposare. Stai lavorando troppo.»

«La piccola penserà che sono pazzo?»

«Lasciamo tutto e torniamo in paese. Un po' di aria pulita farà bene a tutti e tre, che ne dici?»

 

Mentre ero immerso nella vasca piena di acqua bollente a purificare il mio corpo e a tentare di riordinare i miei pensieri cercavo di dare una motivazione razionale a quel dannato pelo che continuavo a sentirmi in fondo alla gola ma sprofondavo sempre più giù nel baratro: tosse, respiro affannato, ostruzione della laringe, asfissia, morte.

 

Dopo una tazza di latte caldo e miele di castagno Clara aveva già definito il suo piano: avrebbe lasciato l'ufficio marketing e sarebbe tornata a insegnare inglese a scuola e io beh, io «avrei fatto finalmente qualcosa di cui sarei andato fiero» e che, parole sue, «sarebbe stata utile all'umanità».

 

Nel giro di un paio di mesi ci dimettemmo entrambi, ristrutturammo in tempi record la vecchia casa in paese tanto che pensai che qualcuno già ci stesse lavorando prima della storia della "cosa" in gola, e mi ritrovai seduto nell'ufficio di un apicultore, immerso in un verde che credevo esistesse solo in quei film dove ex novizie canterine si innamorano di ricchi baroni vedovi con prole al seguito.

 

«Cosa sa della scomparsa delle api?»

«Poco.»

«Le api stanno scomparendo. Nessuno capisce il motivo: pesticidi, virus, stress, inquinamento, chi può dirlo.»

«Non sapevo fosse così grave.»

«In America le trasportano con dei camion da uno stato all'altro ma negli ultimi tempi la situazione sta peggiorando. Alcuni parlano di estinzione, altri credono sia una sorta di istruzione nel DNA: è come se avessero sempre saputo che, arrivate a questo punto, la loro vita sulla Terra sarebbe finita.»

«C'è una soluzione?»

«Quello che stiamo tentando di fare è reindirizzare questa involuzione genetica o quello che sia.»

«Ristabilire un'evoluzione alternativa della specie.»

«Esattamente.»

«Ne ho sentito parlare.»

«Bene. Se la sente?»

 

Tutte le mattine, dopo aver accompagnato la piccola all'asilo, prendevo la bicicletta e andavo a lavorare. Ma quanto tempo avevo perso prima di poter giungere a un'esistenza così appagante? Troppo. Da quando ero tornato in paese, non avevo più l'impressione di soffocare e la "cosa" in gola non la sentivo più. Forse l'avevo ingoiata, o espulsa, o forse era solo bisogno di un po' di aria buona come diceva Clara. Chissà.

 

L'ufficio era un capannone di legno dentro il quale avevano ricavato un ampio spazio per me e i computer.

«È la prima volta che ne sento parlare», si meravigliava Clara.

«Pensa che il 90% di tutto quello che mangiamo deriva dal loro lavoro di impollinazione e nessuno parla del fatto che presto potremmo morire tutti.»

«Forse per non generare allarmismi inutili.»

«Tu lo sapevi che se le api dovessero scomparire, tutta la vegetazione si estinguerebbe nel giro di pochi anni insieme a tutta la razza umana?»

«O mio dio.»

«Già.»

Ecco perché avevano bisogno di me.

 

L'apicultore che mi aveva assunto aveva intenzione di portare a termine un progetto unico al mondo: la creazione di un micro automa volante in tutto e per tutto simile a un ape regina che avrebbe guidato le altre api alla riproduzione e, cosa ancora più importante per tutti i bipedi terrestri poco rispettosi dell'ambiente, all'impollinazione dei fiori.

 

Ovviamente il tutto non era realizzato solo per filantropia, questo lo sapevo. Le possibilità di sfruttare economicamente un automa del genere avrebbero potuto trasformare il mio affabile capo in un temuto miliardario monopolista. Uno squalo viscido e amorale. Immaginate cosa può voler dire essere i primi a trovare la soluzione a un problema di così ampia portata. È come se vi ritrovaste a capo dell'azienda che sta per lanciare sul mercato la prima automobile ad acqua. Salvare il genere umano è solo un valore aggiunto del piano di marketing di un prodotto del genere. Ma di questo non mi preoccupavo molto. A ognuno il suo mestiere.

 

«Perché proprio un'ape regina?»

«Perché le api regine sono macchine celibi: non si riproducono e non impollinano ma si limitano a dirigere la vita dell'alveare.»

«Se abbiamo l'ape regina abbiamo al nostro comando tutte le api operaie.»

«Esatto. Venga, le mostro i prototipi.»

 

Erano stupefacenti.

 

In una voliera si muovevano cinque piccoli automi identici a cinque api regine. Erano la più emozionante dichiarazione d'amore all'ingegneria robotica che abbia mai avuto la fortuna di vedere. Ero commosso da tanta perfezione e bellezza.

 

«Quello di cui abbiamo bisogno ora è un sistema audiovisivo in modo da poterle guidare da una piattaforma centralizzata.»

 

Iniziai a lavorare notte e giorno senza sosta. Quelle api dovevano vedere e sentire il mondo che le circondava. Era questo il mio compito.

«Questo progetto è quello che stavo aspettando da anni.»

Clara diceva che avevamo fatto bene a trasferirci: «sei ringiovanito.»

La città, il mio vecchio lavoro e le ipocondrie di De Marchis non mi mancavano affatto.

 

Dopo un anno i risultati però non erano ancora soddisfacenti. Le api regine vedevano ma non riuscivano a istruire le api operaie. Cercai di risolvere il problema pensando che dipendesse prima da una disfunzione uditiva, poi olfattiva: «forse le api operaie non eseguono gli ordini della regina perché non ne riconoscono l'odore».

 

Continuavo a chiedermi in che modo avrei potuto inviare alle api regine istruzioni diverse rispetto al contesto nel quale si trovavano. Il fatto era più o meno questo: in laboratorio potevo anche convincere una decina di api operaie a seguire l'ape regina ma, ragionando su vasta scala, come avrei potuto innescare automaticamente nelle api regine l'istruzione dell'ordine di impollinare, riprodursi o, semplicemente, spostarsi da un luogo a un altro?

 

Queste api, una volta inserite artificialmente in un alveare, avrebbero vissuto la loro vita in latenza reagendo a stimoli esterni e attivandosi solo se richiesto da particolari condizioni ambientali e climatiche. Ad esempio: raggiunta una certa temperatura le api avrebbero dovuto capire che era ora di impollinare i fiori. Migliaia di piccole api regine in ambienti dalle caratteristiche differenti non avrebbero certo potuto sottostare a un comando unico e centralizzato ma adattarsi e muoversi diversamente rispetto agli stimoli ricevuti dal contesto. Era un cane che si mordeva la coda in un vicolo cieco e non sapevo come farlo uscire di lì, il cane.

 

Telefonai a De Marchis e lo invitai a raggiungermi per un weekend. Chi meglio di lui poteva liberarmi dal labirinto in cui mi ero cacciato? Nonostante la dermatite atopica a causa di tutto quel polline sparso sul pavimento del laboratorio, mi fu molto utile.

«Il tuo problema è dare istruzioni pertinenti.»

«Geolocalizzate.»

«Immaginiamo allora di avere dei contesti standard: campi con papaveri, campi con albicocche, eccetera.»

«Sì.»

«E scriviamo delle istruzioni adatte solo a quei contesti. Ad esempio: cosa dovrebbero fare le api quando incontrano un insieme n di papaveri?»

«N papaveri + X gradi centigradi = impollinazione.»

«E via di seguito: impollinazione + alveare + X gradi centigradi = miele, ci sei?»

«Sì ma come lo comunico alle api regine? Non posso inserire nella loro memoria tutte le istruzioni.»

«Sarebbe impossibile?»

«Sarebbe inutile. Perché dovrei istruire le api regine a impollinare papaveri se magari ho solo campi di margherite?»

 

Uscimmo a fare due passi: guardammo i fiori, le api, gli alveari e De Marchis starnutì almeno un centinaio di volte.

«Le api si muovono sovrapponendo in maniera innata istruzioni semplici e inscindibili come Impollinare, Riprodursi, Volare.»

«Il problema di fondo resta come comunicarlo alle api regine in modo che queste diffondano il messaggio alle altre.»

 

Ebbi un'intuizione: «e se le trasformassi in ricettori e non in sistemi intelligenti autosufficienti?»

«Come fossero telefoni cellulari?»

«Non è necessario che sappiano cosa fare ma che lo scoprano solo quando serve.»

 

A quel punto arrivò l'intuizione di De Marchis che mi permise di ultimare il lavoro: «I codici con le istruzioni non devi inserirli nella memoria delle api regine ma direttamente nell'ambiente così le api vivrebbero in uno stato di stand by e si sveglierebbero solo se richiesto.»

«Potrei collocare istruzioni geolocalizzate in grado di modificare il loro comportamento in base a un contesto: campo di albicocche + temperatura X = impollinazione.»

 

Mi rimisi al lavoro e passai tutta l'estate a elaborare un sistema visivo in grado di contenere le istruzioni per le api regine. Pensavo che se fossi riuscito a condensarle tutte in una stringa di codice avrei potuto utilizzare i cartelli stradali come base. I punti di forza di questa scelta erano:

 

  • nessun inquinamento aggiuntivo per l'ambiente 

e

 

  • la possibilità di sbizzarrirsi con le indicazioni geolocalizzate. 

Proprio come un automobilista che davanti a un segnale di stop rallenta e si ferma così, le api regine, vedendo l'istruzione “campo di albicocche + temperatura X = impollinazione” segnalata su un cartello avrebbero guidato l'ampio seguito di api operaie all'inseminazione. Ciò che mi restava da trovare era un linguaggio standard con cui scrivere le istruzioni.

 

La soluzione me la diede la piccola. Una domenica mattina mentre facevamo colazione. Prese il pacco di cereali e iniziò a leggere ad alta voce: «Ottocento, novantatrè, seicentoventi...»

«Cosa stai leggendo?»

«I numeri sotto le lineette.»

«Fammi vedere.»

 

Codici a barre.

 

Era sufficiente ideare un software in grado di leggere i codici a barre con le istruzioni e inserirlo nella memoria rigida delle api regine. Passai la domenica a tradurre il comando "impollinare" con i numeri dei codici a barre. Dissi alla piccola che a diciott'anni avrebbe visto ovunque numeri e lineette, non solo dietro la scatola dei cereali, ma anche nelle strade, nei giardini e forse, addirittura addosso alle persone.

«Allora iniziamo ad attaccarli qui.»

«Dove?»

«Qui.»

 

Le api regine avrebbero sorvolato liberamente fin quando nel loro campo visivo non fosse comparso un codice a barre opportunamente modificato. A quel punto l'istruzione avrebbe portato le api a eseguire il compito predisposto: "Impollinazione papaveri", "Costruzione alveare", "Riproduzione".

 

Programmai in una settimana l'impianto visivo di una delle api regine che avevo a disposizione. Feci una prima prova all'interno del laboratorio: l'ape regina leggeva il codice a barre e dai segnali che mi inviava avevo la certezza che riusciva a comunicare alle operaie cosa ci fosse scritto. Allora provai con qualcosa di più complesso: feci leggere alla regina una stringa di codice che prevedeva il giro del capannone insieme al centinaio di operaie dell'alveare. Le api partirono e io rimasi seduto davanti al monitor ad aspettare con il cuore in gola.

 

Ero arrivato finalmente nel punto di non ritorno dove l'aspetto creativo del lavoro avrebbe lasciato il passo alla fase operativa di realizzazione e produzione degli apparati? Se la gita fuori porta delle api fosse andata a buon fine sì.

Potevo ritenermi soddisfatto e orgoglioso di ciò che avevo fatto? Assolutamente.

 

Forse avrei preso una settimana di ferie per scrivere un resoconto dettagliato del progetto. Avrei potuto pubblicarlo, perché no. Mi sarei preso un anno sabbatico e, con la scusa di fare il giro delle università per illustrare la ricerca, avrei fatto vedere l'Europa alla piccola. Sentii passare vicino alla finestra lo sciame di api. Aprii il frigo sotto la scrivania e stappai la bottiglia di rosso che avevo pronta per festeggiare questo momento. Annusai il tappo e ne versai un po' nel bicchiere. Era esattamente come me l'aspettavo. Un po' ruvido ma forte, deciso e ben strutturato. Le api rientrarono e mandai giù il primo bicchiere. Prima di spegnere il programma e tornare a casa decisi di sorvolare il laboratorio con l'ape regina. Da lì vedevo tutto il paese illuminato e, in dieci minuti netti, la regina era arrivata quasi sopra il tetto di casa. Vedendo la luce della mia camera accesa, mi abbassai insieme a lei per osservare cosa stessero facendo le mie ragazze preferite. Non ero preparato a Clara in camera da letto con De Marchis, certo che no né, tantomeno, ero pronto ad ascoltare il loro dialogo.

 

«Non ce la faccio più a vivere rintanata qui. Voglio tornare.»

«Devi aspettare.»

«Ho firmato un contratto per sei mesi De Marchis, sei mesi.»

«Lo so.»

«Sono passati due anni ormai. Non tornerà mai indietro.»

«Non è colpa nostra se ci ha messo più tempo del previsto.»

«Posso aspettare qui solo un altro mese, poi lascio tutto e torno in ufficio.»

«Non puoi.»

«Certo che posso.»

«Va bene Clara, un mese e poi se serve troveremo il modo di farlo tornare.»

«Ma non come l'altra volta. Quel microchip nella laringe stava per far saltare tutto il piano. E se fosse andato in un qualsiasi Pronto Soccorso?»

«Avrebbe scoperto la verità. Ma non è successo.»

 

Versai ancora un po' di vino.

 

Era come guardare un film in tv. Sì, partecipavo, ma non pensavo che stesse realmente accadendo quello che vedevo attraverso l'impianto audiovisivo dell'ape regina.

 

«Dobbiamo aspettare che finisca con quelle dannate api.»

«A che punto è il progetto?»

«Ci siamo quasi. Domani partiamo con il primo bambino.»

 

Avete presente quei film in cui, poco prima del colpo di scena finale, una serie di veloci flashback permettono al protagonista di rimettere insieme i pezzi della sua storia?

 

Ecco, avvenne esattamente così, solo che il risultato non mi piacque affatto.

 

Dannazione.

 

L'Alternative Primate Evolution.Qualcuno lo stava portando a termine e le api erano solo una scusa per velocizzare la mia parte di lavoro. 

 

L'Alternative Primate Evolution, meglio conosciuto come Progetto A.P.E. era una sorta di leggenda metropolitana che girava nel mio vecchio ufficio. Tutti lo conoscevano ma nessuno avrebbe potuto provarne l'esistenza. L'A.P.E. prevedeva, almeno sulla carta, un complesso sistema di trasporto molecolare subatomico in grado di trasmutare neuroni celebrali da un ipotalamo ibernato a un altro cervello. Era l'unica via possibile per realizzare contemporaneamente due dei più antichi desideri dell'uomo: diventare immortale e viaggiare nel tempo.

 

Il progetto prevedeva l'alterazione dell'evoluzione naturale di un essere umano e, pressappoco, consisteva nel trasportare i neuroni di una persona vicina alla morte (o già morta), in un cervello ancora non definitivamente formato, come quello di un bambino, in modo da permettere la prosecuzione della vita in un altro corpo completamente nuovo.

 

Il progetto violava talmente tante regole etiche che non solo non aveva trovato scienziati validi in grado di portarlo a termine ma nemmeno in grado di svilupparlo, tanto che era diventato una barzelletta, un paradigma ipotetico indimostrabile, un esercizio filosofico sterile da sottoporre agli stagisti alle prime esperienze per incuriosirli e niente più.

 

In cosa si era risolto dunque il mio duro lavoro di apicultore ipertecnologico? In niente che avesse avuto a che vedere con le api ma bensì con i primati. Se non fosse stata una situazione tragica, in un altro contesto, mi sarei fatto due risate pensando al fatto che ape è il sostantivo inglese che si utilizza per indicare le scimmie.

 

Già, i primati.

 

De Marchis non si era nemmeno impegnato a trovare un nome oscuro e misterioso. Niente dietrologie né complotti. La pura e semplice verità, questo era l'Alternative Primate Evolution.

 

Non ero stato solo sfruttato ma anche raggirato. E da chi? Da De Marchis e da Clara. Come avrei potuto sospettare di Clara?

Seguii con l'ape regina De Marchis e Clara in cucina. La mia cucina. La piccola dormiva nella sua stanza. A sentirli, tutta l'operazione di trasmissione dei neuroni da un cervello all'altro funzionava ma avevano notato che i neuroni, una volta trasportati nella nuova mente, rimanevano in uno stato latente e, dopo poche ore, si deterioravano. Qualcuno, autonomamente, si riattivava causando dei piccoli deja vù ma per la maggior parte dei casi niente, non succedeva niente.

 

Il sistema visivo di decodifica che avevo ideato era dunque perfetto per il loro progetto. Mi stavano facendo sperimentare sulle api un sistema di ricezione visiva intelligente che sarebbe finito dritto dritto nelle pupille di qualche ragazzino ignaro di tutto.

 

«Torno in città. Ti invio i risultati dell'esperimento. Ci aggiorniamo la prossima settimana.»

«Cerca di velocizzare De Marchis. Il mese prossimo voglio essere dietro la mia scrivania.»

 

Tutto falso.

 

Ogni parola, ogni singola parola che Clara mi aveva detto negli ultimi due anni era falsa, il mio ufficio era falso, il mio capo nient'altro che un dipendente della mia vecchia azienda e quelle api: non interessava a nessuno il fatto che stessero scomparendo. Che peccato. Avrei legato il mio nome a qualcosa di utile per l'umanità. Forse anche Fermi si sentì così quando, sotto la guida di Oppenheimer, partecipò al Progetto Manhattan. Chissà se in quei mesi sapeva a cosa sarebbero serviti i suoi calcoli. Uno parte per salvare il mondo e poi si ritrova a contribuire allo sterminio della razza umana. Che frustrazione.

 

L'ape regina si attivò improvvisamente.

 

Il suo campo visivo aveva identificato il bigliettino con i codici a barre che la piccola aveva voluto attaccare sul frigorifero. Non potei più fare nulla. In pochi secondi la cucina fu piena di api operaie pronte a eseguire l'ordine "Impollinazione".

 

È strano, ma non sembrava stesse accadendo realmente. De Marchis e Clara erano circondati da centinaia di api operaie che, diligentemente, avevano iniziato il lavoro che la loro regina aveva ordinato.

 

Non credo abbiano sofferto molto.

 

Mentre preparo una scatola con le mie cose perché così ho sempre visto fare nei film quando uno è costretto a lasciare il proprio ufficio, penso a cosa potrei dire alla piccola per giustificare il fatto che non vedrà mai più sua madre e che non vivremo più qui. Magari per un po' torneremo in città e poi, con la primavera, faremo insieme il giro dell'Europa.

 

 

FINE

 

 

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© Diego Altobelli 2010 | www.revolutionine.com

 

Raccontino rilasciato sotto licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 Italy (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it) 


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