Le mezze verità dei media sui forni crematori in Siria
Stando a delle immagini satellitari in possesso e diffuse dal Dipartimento di Stato americano, vicino alla prigione siriana di Sednaya sarebbero stati costruiti e messi in uso dei forni crematori per bruciare i corpi degli oppositori politici di Assad.
La bomba mediatica esplode e l’indignazione si diffonde dal Corriere della Sera, che ha lanciato la notizia in Italia, alle altre redazioni: «Non avremmo voluto più né pronunciare né scrivere queste due parole “forni crematori”, se non per tenere a mente e ricordare alle nuove generazioni il crimine efferato compiuto dai nazisti nei lager dello sterminio», scrive Donatella Di Cesare sul quotidiano milanese.
Nessuno si preoccupa di verificare le fonti (lo stesso responsabile del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente Stuart Jones non è in grado di dire quali siano le sue) o di mettere in dubbio l’obiettività delle parole di Jones, che — sembra necessario ricordarlo — è figlio e milite di un governo che da sei anni investe denaro e combatte per detronizzare Bashar Al Assad.
Nessuno si chiede se ci sia un conflitto di interessi dietro queste dichiarazioni, se non sia forse opportuno attendere conferme prima di lanciare l’accusa. La forza della post-verità sta proprio nell’opposto : l’importante è scrivere, cliccare, condividere, diffondere, indignare, stupire, sconvolgere. Non verificare, non essere certi. E, sempre restando nel ristretto ambito dei media nostrani, dal Corriere della Sera agli altri «grandi» mezzi di informazione quali La Stampa, Il Fatto Quotidiano e Il Post, il passo è breve: la notizia è sulla bocca di tutti, i titoli sono grandi, indignati e in grassetto.
Eppure sarebbe bastato aspettare qualche giorno. Da ieri qualche piccolo e timido giornale osa riportare la notizia secondo la quale Stuart Jones avrebbe rivisto le dichiarazioni dogmatiche pronunciate solo tre giorni prima e avrebbe detto alla stampa che «la presenza di forni crematori in Siria non viene più considerata certa, ma esposta a un ragionevole dubbio». «Ragionevole» non si sa per chi, ma poco importa. Per il momento nessuno dei big media ha voluto dedicare alla smentita lo stessa smania verbale accordata al momento dell’accusa.
Il conflitto in Siria si dimostra quindi la manifestazione più evidente che le guerre di oggi riguardano sempre meno le milizie che si affrontano veramente in campo, e sempre di più i giornalisti che «combattono» dai loro desk, usando la tastiera del computer come fosse un kalashnikov da imbracciare contro lo schieramento avverso.
Elle Ti
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